17.6.14

Anno Zero (ovvero l'esame di terza media che fa da spaccavita)

Torno sulla base del pianeta Royale.
Sfoglio il libro di musica. Pagine che frusciano.
Cerco un brano che abbia a che fare con la seconda guerra mondiale. Ho l'esame di terza media tra una settimana, e devo completare il percorso interdisciplinare (è il 1995, ancora non la chiamiamo “tesina”). Ho scelto quel momento storico perché nella mia puberale ingenuità è come un film drammatico, di quelli con il lieto fine. Una storia piena di prepotenti e di eroi che alla fine li prendono a calci nel culo. Ci ho messo la geografia, la storia, le scienze, è stato facile.
Troppo facile.

Non lo so ancora, che non c'è NULLA di veramente facile.

“Mamma”.
“Dimmi”.
“La conosci questa canzone... 'Auschwitz'?”
“Certo. Ad Auschwitz c'era la neve... perché me lo chiedi?”
“Perché sul libro c'è la partitura, e il testo. All'esame porto questa!”
“È una bella canzone”.

Sincronizzo tutto sopra il ritmo in levare.
Imparo il testo a memoria.
All'esame dovrò recitare la canzone come una poesia. Come alle elementari, come OhValentinovestitodinuovo o eifusiccomeimmobile. Ma questa è una canzone moderna, parla di una storia recente, che racconta anche nonno. Mica come il 5 maggio.

Teen-teenager, rock-rockstar
L'esame di terza media non ci spaventa, noi fessi. Siamo invincibili, noi fessi. Che cavolo, in questi tre anni ho sempre ottenuto il massimo risultato con nessuna fatica, i pomeriggi li ho passati a scarabocchiare fumetti su vecchi quadernoni. I compiti li copiavo alla prima ora, da quelli più bravi. Per le interrogazioni leggevo i capitoli due ore prima, e andava sempre liscia.

“Se studi così, tra due mesi non ti ricorderai più nulla”.
Saggezza di madre, quanto aveva ragione.
Dal punto di vista scolastico, comunque, sono stati tre anni semplici.
Non lo so ancora, che non c'è NULLA di veramente facile.
Ma la scuola non ha dato problemi, no. Quelli me li ha dati la timidezza. La difficoltà tremenda a spiccicare parola con quelli che non conosco.
I problemi me li hanno dati gli orari di coprifuoco, che mi costringevano a tornare a casa sempre prima degli altri amici.
I veri problemi me li ha dati l'inclinazione all'innamoramento facile, l'attrazione che sceglieva a cazzo di cane due volte su tre, gli struggimenti, le storie terminate, quelle mai iniziate.

Sì lo so, sono i problemi più banali del mondo. Ma sono i problemi più gravi del mondo, no?

E questa sfida non è ancora finita
Il giorno dell'esame qualcuno, tra gli amici, è teso. Qualcuno ha paura di essere bullato, bocciato, kaputt, estate in casa a schivare l'incazzo dei genitori. Perché nel 1995 i genitori hanno ancora l'insana abitudine di cercare le cause della bocciature nelle mancanze dei figli. Sono pochi quelli che scaricano le responsabilità nei disegni criminali dei professori, quei satanici intriganti.
“E se mi bocciano?” mi chiedono.
“Ma va', che non ti bocciano, stai tranquilla”, rispondo. Io faccio da camomilla, tranquillizzo gli altri, gli do coraggio.
Io non ho paura. Se non promuovono me dovranno bocciare mezza scuola, dopotutto.

Ma non ho calcolato tutte le variabili. Non so ancora che qualcosa può andare male comunque.
Vai col refrain: non lo so ancora, che non c'è NULLA di veramente facile.

Il mio turno sarà a metà mattina: sono il companatico tra l'esame di altri amici.

In un quarto d'ora gli altri se la sbrigano. Tutto come nelle attese, al massimo una domanda pertinente agli argomenti scelti, nessuna sorpresa.

Ora tocca a me.


All'esame possono assistere solo due compagni di classe, che fungono da testimoni. Io scelgo lui e lei. I miei migliori amici, quelli che continuerò a sentire anche in seguito, quelli che avrei scelto come fratelli o cugini, se si potessero scegliere i fratelli e i cugini.
Hanno avuto anche una breve storia d'amore, due anni prima. Che roba strana, a pensarci oggi, perversa quasi: i fratelli non dovrebbero amoreggiare, la società umana non prevede l'incesto.
“Buona fortuna”.
“Non si dice buona fortuna, porta sfiga”.
“Vaffanculo, che ti devo dire?”
“In culo alla balena”.
“Uau... in culo alla balena!”

Casino Royale missione speciale, pronti a decollare.
Mi siedo davanti alla commissione. Il ricordo mi difetta un po', ma sono sicuro che che la professoressa d'italiano ha sorriso per darmi coraggio. Alle mie spalle siedono lui e lei, tifano per me a voce bassa.

Comincio a parlare, ma.

Ma.

Ma sono timido, non ho nessuna sicurezza nei miei mezzi, davanti agli sconosciuti mi blocco mi trema la voce il fiato si spezza e il presidente di commissione è uno sconosciuto, lo vedo ora per la prima volta, capelli bianchi, avrà cinquanta, sessant'anni, boh, per un quattordicenne è difficile datare gli adulti, senza carbonio14.

Parlo, parlo, parlo, parlo. Parlo di Hitler, di Mussolini, della Resistenza, della Liberazione.
Cito anche 'Auschwitz', di questo Guccini di cui non ho mai sentito mezza canzone.
Capelli bianchi mi guarda dritto negli occhi. Il presidente della commissione, proprio lui.
“Secondo te è stata giusta la lotta degli italiani contro gli italiani per la Liberazione dal Fascismo?”
Rispondo con la sicumera di un professor Sartori coi brufoli. “Certo, se ha permesso di deporre Mussolini”.
“Ah. Quindi per te è giusto che il fratello arrivi a uccidere il fratello, la giustificazione della violenza” dice, 'sto Torquemada da scuola secondaria.



L'equipaggio è teso e dico che ha ragione, prova tu a suonare in questa situazione.
Ma cazzo, penso.
Cazzocazzocazzo, che gli dico? Io sono per la non violenza... Gandhi, do you know?
Sto ancora cercando le parole per la risposta quando interviene la professoressa d'inglese. Non ricordo le parole precise, ma dice qualcosa sulle violenze del fascismo, su soprusi e purghe e autoritarismo. Sulla reazione alla brutalità del potere.

Capelli bianchi emette come un ringhio sommesso. Ribatte punto su punto, alza la voce. Il clima si arroventa, gli altri professori assistono senza fiatare.

Ma cazzo, ripenso. Cosa sta succedendo?

Non ho abbastanza coscienza politica, sennò capirei subito di trovarmi in una specie di disputa tra Galeazzo Ciano e Nilde Iotti.

Mi volto verso il cantuccio dove lui e lei siedono affiancati ad assistere alla scena. Leggo l'incredulità sui loro volti, il terrore che qualcosa del genere capiti anche durante il loro esame, la solidarietà da fratello e sorella che cercano di trasmettermi per via oculare.

Tutto può scoppiare da un momento all'altro
I minuti passano, sono dentro da mezz'ora e da almeno un quarto d'ora non parlo io. Nilde e Galeazzo sono fuori dai gangheri. Una difende la democrazia conquistata, l'altro sputa fiele sui libri di testo dalla parte dei vincitori.

Lui parla degli omicidi compiuti dai partigiani, forse di Claretta Petacci. Lei parla di olio di ricino, di squadracce. Forse di Giacomo Matteotti. Lo scontro è aspro.



Io ormai non li ascolto più, sono perso in una realtà alternativa. Non sta succedendo niente, in questo momento, a me. Oggi in paese c'è festa, penso. Dopo mi faccio una passeggiata, penso.
Penso anche a una canzone che ho letto sulla 'Storia d'Italia a fumetti' di Enzo Biagi “Canto il delitto di  quei galeotti/ che vollero trucidare il deputato Giacomo Matteotti / erano tanti: Viola Rossi e Dumin/ e il capo della banda, Benito Mussolin”.
Alzati che si sta alzando la canzone popolare, penso.

Discutono ancora ad alta voce, poi Capelli bianchi si volta verso di me.
“Chiediamo a lui, qual è il suo parere in merito”.

May day may day ho un'emergenza, Pardo, relax!

“Lui” sono io, ennedierre. Non so nemmeno cosa mi abbiano chiesto, su quale fondamentale principio etico debba dire la mia.

Non ci siamo capiti, Capelli bianchi, io non sono uno da sangue freddo. Io sono uno di quelli che piange, amigo. C'ho le lacrime in tasca, come si dice. È una caratteristica che fa girare le palle a mio padre, che fa finta di nulla ma è fatto così anche lui. Io ci convivo, devo avere una sinapsi particolare che instrada le emozioni forti direttamente nel canale lacrimale.
È già un miracolo che abbia resistito fino a quel momento senza trasformarmi in fontanone, caro il mio Galeazzo. Figurati se riesco a riflettere e darti una risposta!

Resisto ancora, però. No tears. Rispondo buttando lì due o tre parole, la voce incrinata è una specchiera che va in mille pezzi.

Galeazzo e Nilde si fermano. Mi guardano.
Mi vedono per la prima volta nell'ultima mezzora.

Ehi, fermate 'Oggi in Parlamento'... qua davanti c'è un ragazzino di quattordici anni. Non c'è Pajetta non c'è Almirante. Non c'è Fidel Castro. Non c'è Francisco Franco.
Solo un quattordicenne con gli occhi in brodo e la voce segata dai singhiozzi trattenuti.



No suoni pirata nell'impero, no... tutto torna fermo all'anno zero
Un professore tossisce, un altro distoglie lo sguardo. Tutti assieme mi congedano. Dicono che basta così.

Dicono che è andato tutto bene.
Basta.
Così.
Tutto.
Bene.
Sississì.

Sono passati quarantacinque minuti da quando sono entrato nell'aula. Esco e tutti vogliono sapere cos'è successo, perché ci ho messo tanto, cosa possono avermi chiesto e cosa cavolo han
Scappo. Vado in bagno. Metto la testa sotto un rubinetto, esplodo lacrime come pallottole di un mitra. Lei e lui mi seguono. Non sanno cosa dire. Mi abbracciano.
Un abbraccio da fratello, un abbraccio da sorella.


Ora passo e chiudo e ripiglio il volo. Sono il Pau, comandante solo




i diritti sulle immagini sono dei rispettivi autori
colonna sonora: ANNO ZERO - CASINO ROYALE (diritti dei CR)

14.9.13

A mille ce n'è, nel mio cuore di fiabe da narrar...


C'era una volta, in un paese vicino ma lontano, un gruppo industriale che produceva soldoni e inquinamento.





Un giorno l'inquinamento venne scoperto.
"Cattivoni!" disse la giudice "Userete i vostri soldoni per bonificare tutto, voglio l'aria profumata di violetta e l'erba verde come a Paradise City".
Ma quei soldoni erano pieni di voglia di vivere, erano sempre in giro. C'erano dobloni che andavano in vacanza alle Cayman, sesterzi che prendevano il sole alle Seychelles... la giudice ne trovò così pochi che dovette raccattare le briciole che il gruppo industriale aveva lasciato in giro. Biglietti aerei usati, barchette sfondate, batterie scariche...

"Ah, allora è così?" disse il gruppo industriale. "Se ci prendi le pile scariche, io metto in libertà i lavoratori!"
Giubilo tra i lavoratori. La libertà, dicevano! Mel Gibson Cuore Impavido è morto, per difenderla, e a noi la danno così, quasi in regalo.




Che persone generose, il nostro gruppo industriale.

A nulla valsero le spiegazioni della giudice, secondo la quale quel 'mettere in libertà' era l'eufemismo del secolo. Il gruppo industriale riuscì nel suo intento, e i lavoratori capirono infine che la libertà era un regalo non del gruppo industriale, ma di quel paese, così vicino e allo stesso tempo così lontano, che avrebbe pagato la cassaintegrazione

E il gruppo industriale, lui sì, visse felice. E in contanti.

29.4.13

Il regalo di B.


B. ha sedici anni e fa la terza liceo.

B. arriva al nostro stand di mattina, è magra e tutta spigoli. Dietro le lenti degli occhiali ha due pozzi di anima profondi così. È simpatica, B., e chiacchiera, chiacchiera tanto. Lo dice lei, come per metterti sull'avviso. Così lo sai dall'inizio: non è che ti lamenti, dopo.
B. legge tanto, scrive, ama la musica. Parla di se stessa in un modo schietto e allo stesso tempo pudico, un modo che usano solo le ragazze di sedici anni.
B. compra il mio libro senza pensarci due volte. Lo guarda, lo prende in mano e lo paga. È un libro a fumetti di formato standard, lei mica lo sa che è la cosa più importante che ho fatto in trentadue anni, mica lo sa che è così pieno di sbagli e speranze da traboccare di indefinito.
Mica lo sa.
E come potrebbe?


B. non sa nulla di me.
Mi chiede se può sedersi a fianco, senza dare fastidio, e comincia a leggerlo.
La vedo stupirsi, arrabbiarsi. La vedo delusa, la vedo impaziente, la vedo scioccata. La vedo sorpresa e infastidita. La vedo meravigliata. La vedo sognante.
Ho il privilegio di osservare qualcuno che legge il mio libro live. Un reality book.
Lo finisce in mezz'ora, o poco di più. B. non lo sa mica che, dal momento della prima idea, per finirlo io ci ho messo quasi dieci anni.

Alza lo sguardo dalle pagine, mi guarda fisso da dietro gli occhiali e parla, con quell'accento musicale. Dice che è un libro bellissimo, ma che non doveva finire così, cavolo.
È arrabbiata, impaziente, in quel modo categorico e definitivo delle ragazze di sedici anni.
Mi parla dei personaggi, di come li vede e delle emozioni che le hanno suscitato, mi chiede come sono nati, perché sono fatti così, come mai si comportano cosà, perché la storia termina proprio in quel modo... lei vuole sapere cosa succede dopo, quelle cento pagine scarse sono poche (pochissime) per lei. 

L'emozione di B. è una scarica di mitra che perfora il cervello.

Pallettoni che mi hanno fatto chiaramente capire una cosa. B., è per te che ho scritto Radio Punx.
Per te, per M., per I., per F. e per tutti gli altri che, subito dopo aver letto l'ultima pagina, ci hanno fatto capire che Radio Punx era diventato anche cosa loro.

Mi hai fatto un regalo che nemmeno io capisco appieno.
In un mondo dove se vendi mille copie sei un successo, ne vedi tremila e sei un best seller corteggiato dagli editori, ne vendi ventimila e sei Zerocalcare, io sono andato a dormire felice per aver venduto quella copia.

Ciao.

24.2.13

CRONACHE DA UN ANNO FRA: Gli smacchiagiaguari


Ultima email dal 2014 da parte di gente che smacchia più dell'omino bianco.

"Buongiorno signor Pau,

come ben sa, esattamente un anno fa la coalizione cosiddetta di centrosinistra ha vinto le elezioni.
Sì, lo so.
Lei ha qualche remora a chiamarla di centro sinistra.
Ma abbiamo vinto, abbiamo smacchiato il giaguaro, il bradipo e anche il grillo, quindi ssssst, M-U-T-O.

smacchiami adesso, fffssssss

Sì, sì, lo so.
All'interno della coalizione ci sono clerici laici come Bindi e Fioroni. Lo so che Bersani, nel fare un un esempio di uomo di sinistra, ha citato Papa Giovanni. Papa. Giovanni.
So anche che il programma per lei era una manica di banalità, promesse, idealismi slavati e belle parole, un mattone sul quale era difficile non concordare e, proprio per questo, buono per tutte le stagioni.
Per tutti gli uomini e per nessuno.

Ma dato che abbiamo vinto avevamo ragione noi.

Ma come? Noi ci facciamo in quattro per andare d'accordo con liberisti e protosocialisti, buttiamo giù righe su righe di proposte innocue e onnicomprensive, idee che potrebbero pacificare il prete e il mangiapreti, l'amministratore delegato e l'operaio, l'ex fascisto con l'ex democristo, l'ex democristo con l'ex comunisto... apriamo una gigantesca catena di friggitorie d'aria e lei che fa?
Critica, critica, critica. Solo critiche, senza proposte.
Sotto sotto pare anche lei uno pseudo berlusconiano.

Mi consenta, a ja ljublju SSSR

Qual è la sua scusa?
Lei dice che nella sua zona il centrosinistra governa da una vita e i comportamenti non si discostano granché da quelli dell'altra parte. Clientelismo, apparati di potere diffuso, lobbismi di provincia.
Blablabla, chiacchiere da bar.
Certo, lei lo sa ma non ha le prove. Cita Pasolini, da intellettualoide schizzato quale lei crede di essere.
Lei lo sa, ma non lo può provare.
Certo. Certo.
Non citarmi a cdc, per cortesia

Non mi cadrà nella trappola del qualunquismo? Cos'è, anche lei un grillino, un populista che non fa distinzioni?
Ahahahah, mi fa ridere. RI-DE-RE.

Perché noi siamo una forza veramente democratica.
Abbiamo fatto le primarie, abbiamo attuato le quote rose, abbiamo un codice etico, non promettiamo la luna.
E poi abbiamo vinto, checavolo. E chi vince c'ha ragione, c'ha.
Continui a leggere Pasolini, che intanto noi governiamo alla facciazza sua.
Siamo il governo del fare... chi è che lo diceva?

Sentitamente suo
sottosegretario Luciano Lombroso"

19.2.13

CRONACHE DA UN ANNO FRA: Il Ritorno del Cavaliere


Incredibile. Tutte le mail hanno la stessa data... il 24 febbraio 2014!
So cominciando a credere negli universi paralleli (che, lo ricordiamo, non si incontrano mai e se anche all'infinito si incontrassero, non si saluterebbero)

“Buongiorno sig. Pau,

sono Erminio Mortarutto, Avvocato e, naturalmente, onorevole PDL.  Le scrivo per avvisarla che tutte le riserve da lei sollevate sull'asse PDL-Lega, la coalizione che ha vinto le elezioni del 24 febbraio 2013, sono decadute.
Essa, in un solo anno di governo, ha mantenuto tutte le promesse fatte.
Se non mi sbaglio, lei aveva ironizzato sul simbolo elettorale del PDL dicendo che già quello conteneva nella scritta "Berlusconi Presidente" una mirabile sintesi della strategia del partito: promesse mancate già nel simbolo.

Beh, mi dispiace contraddirla. Berlusconi è appunto diventato Presidente. Della Repubblica, naturalmente, concludendo in maniera ideale il suo straordinario cursus honorum.

Nei primi 100 giorni abbiamo ripreso a fare dell'Italia quel paradiso che era stato per 9 degli ultimi 12 anni, prima del proditorio colpo di stato NapolitanMontiano che ha ridotto il paese al cesso di Trainspotting.

Abbiamo restituito l'IMU, fatto il condono tombale, il condono edilizio, alzato le pensioni, abbassato le minigonne.
Abbiamo continuato a creare refrain sempre più apprezzati, per raggiungere i “TroppoGggiusto!” di Enzo Braschi, vero spin doctor della nostra azione politica. Perciò dopo gli evergreen (Sinistra comunista! Toghe rosse! Devolution! Non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani! Separazione delle carriere! Federalismo! L'AMORE CHE VINCE CONTRO L'ODIO!) abbiamo creato il nostro capolavoro: “è il Signore che ce lo chiede”™ .
E te lo chiede col sorriso, beeibe

Abbiamo poi continuato a spiazzare l'opinione pubblica, esprimendo la nostra genialità con roboanti colpi di scena, meglio de “I soliti sospetti”. Dopo il contratto con gli italiani, la depenalizzazione del falso in bilancio, il G8 di Genova, la riforma dell'amministrazione pubblica di Brunetta, la continua promessa del taglio delle tasse, la ricostruzione a L'Aquila, i rifiuti a Napoli, il voto su Ruby nipote di Mubarak, le battute sessiste, i commenti positivi su grandi statisti democratici come Mussolini, Gheddafi e Putin, abbiamo raggiunto l'acme della creatività: abbiamo deciso che la colpa di tutto, dopo terroni, romeni, cinesi, maghrebini, fiumi, fiori, governi precedenti, marche di automobili è VOSTRA. Non riusciamo a fare le cose? Colpa vostra, vostra, VOSTRAAAA!

Naturalmente anche stavolta nelle nostre fila abbiamo raccolto solo esseri umani sceltissimi, veri SWAT della politica, gente che è diventata ministro della Repubblica senza prima passare la matura. Dopo Scajola, Calderoli, Castelli, Alfano, La Russa, Giovanardi, Gelmini, abbiamo dato fiducia a la tigre dei Frosties e ad Alf.
Le intercettazioni sono state certamente taroccate, non ho mai detto di aver mangiato quel gatto

Perché noi siamo così... abbiamo le LISTE PULITE! Via Dell'Utri, via Cosentino!
Certo, abbiamo lasciato D'Alì, sul quale gravano le stesse accuse di Cosentino, ma lui è semisconosciuto ai giornali, l'ha detto anche il nuovo Presidente della Repubblica, e se una cosa non esce sui giornali... non esiste, PUFF!

Detto ciò la saluto, con la speranza che provveda a emendare al più presto il suo spazio web.
È il Signore che ce lo chiede ™.

Buona serata
On. Avv. Mortarutto”

18.2.13

CRONACHE DA UN ANNO FRA: Un Grillo per le teste


Mi sono arrivata alcune mail, stamattina. Hanno data 24 febbraio 2014, fra un anno. Mi sono state spedite dal futuro? Sono la prova di un paradosso spaziotemporale? Dell'esistenza di un universo parallelo? Di uno scherzone?
A voi l'hardware sentenza, intanto vi copincollo la prima. A domani per la seconda.

“Ciao Andre',

ti scrivo per dirti come sta andando la vita a un anno dalle ultime elezioni.
Come saprai, il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo ha avuto la maggioranza relativa, sbaragliando gli altri partiti. Giorni e giorni di titoloni... ricordo quello di Libero, sobrio come suo solito: Grilliata di antipolitica.
Brrr.
L'espressione carica di sagacia del Belpetrus cogitans

I partiti tradizionali si sono scatenati e, mentre uno sconosciuto grillino diventava Presidente del Consiglio, hanno continuato a dire che Grillo è un demagogo, un qualunquista, un populista e che i seguaci del Movimento Cinque Stelle sono pecore senza cervello.
Ma sai che ti dico? Ti dico che le accuse di qualunquismo e demagogia fanno ridere.
Io leggo il blog di Grillo da tempo immemore. Criticare con dati di fatto è qualunquismo solo perché colpisce a destra e a sinistra? Quando non le fa Grillo, analisi simili alle sue sono considerate informazione.
Demagogia è seguire o anticipare le voglie del popolo, no? Beh, Grillo fa il contrario: le voglie del popolo le ha costruite. Parlamenti puliti, politica energetica virtuosa, sistema economico più equo...

"[...] e come asserito dal professor Sartori..."

E la terza accusa? La terza accusa, Andre', è fondatissima, e quest'anno di governo l'ha confermata.
Populista, Grillo, lo è alla grande. Lo è nei lati positivi (vedi la geniale unione tra classico e moderno, tra internet e comizio in piazza, che regala alle persone l'illusione di averlo sempre vicino) e lo è soprattutto nei significati orrendi di questo termine: perché è vero che ha dato sfogo alla rabbia di chi si è stancato dello status quo, ma l'ha disposto dentro schemi angusti come slogan.
E lo slogan, lo diceva Daniele Silvestri, è fascista di natura.

Il suo governo ha rafforzato l'idea che avevo prima delle elezioni, a leggere il suo programma.
Proposte spesso condivisibili (vedi il settore energia) e spesso discutibili (quelle su informazione o economia, che non riportavano preventivi di spesa e parevano carenti in fattibilità pratica).
E poi, il lato oscuro, e passami la metafora da nerdacchione. Raramente il Movimento parla di cultura (nel programma proprio non era contemplata!) e raramente parla di diritti civili. Quando lo fa, poi, le voci vanno dall'intollerante al fascistoide. I modi di alcuni candidati e dello stesso Grillo vengono poi puntualmente smentiti da comunicati del M5S, certo. Il Movimento si definisce antifascista, tollerante, impegnato per i diritti civili e di cittadinanza, ma queste smentite, lungi dal risultare convincenti, sottolineano soltanto la confusione tra base, vertice e propaggini locali del M5S.

E non voglio citare l'ottusità e l'intolleranza che trasudano dai commenti del blog, tutto un florilegio di “psiconano”, “casta”, “giornalai” (e chi più ne ha più ne [ri]metta) mutuati dalle parole del comico.

Ezio Mauro pensa all'editoriale della Repubblica di domani

È questo il lato più negativo del populismo Grillesco. La sua deriva lideristica, quasi paternalista. Una robaccia che al sottoscritto pare sconfinare nell'autoritarismo.
Chi non è d'accordo con Grillo -o con i suoi discutibili diktat- può andare fuori dalle palle. L'aveva detto lui, eh. Non è un'invenzione della “casta dei giornalai” cattivi.
Durante l'anno di governo sono continuate le epurazioni. Roba che mi ricorda Josif coi Troskisti, solo con meno pallottole.
(Non a caso, quell'ipocritaccio di Santoro ha finalmente azzeccato una battuta, chiamando Grillo “Giuseppe Casapound”).

Purtroppo Luttazzi fu buon profeta quando preconizzava che Grillo sarebbe diventato leader, Messia, salvatore della patria. Uomo-della-provvidenza.
Ecco qua. Io degli uomini-della-provvidenza mi sono rotto le scatole. Anzi, ne ho il terrore.
E ho paura anche dei loro seguaci. Sì, sì, lo so che la maggioranza dei grillini è composta da gente preparata, colta, stufa di una classe dirigente inconcludente. Ne conosco tanti.
Ma boh, vedo troppo fideismo e troppa opacità nella loro proposta politica, ma certo, non li considero dei minus habens come fa l'intellighenzia.
AddavenìbUffone!

Per dire, anche Bertold Brecht considerava Stalin il paladino degli oppressi.

Tanti saluti
Fabio

P.S.: Quest'anno compi 33 anni, come Cristo. Non farti crocifiggere, eh!”

22.12.12

Dieci


Sardegna, 22 dicembre 2002
Sul palchetto montato al parco comunale, l'altro ieri c'era un gruppo di tipi strani.
Il bassista indossava un cappello da Babbo Natale con le lucine che si illuminano. Una roba così kitch che in confronto Sbirulino è Giorgio Armani. Il cantante teneva una busta di plastica in mano e credo abbia visto troppi sketch di Cochi e Renato, perché l'ha tenuta così, senza farci niente, per tutto il tempo.
A un certo punto il chitarrista si è messo a fare il balletto zoppo dei Blues Brothers e quella parte del pubblico che se lo ricordava (un'esigua e benedetta minoranza) si è messa a ridere.


Il batterista ha citato due o tre canzoni dei Litfiba prima maniera, e aveva i capelli pettinati sulle tempie come le prese d'aria della Ferrari.
Sembravano capitati sul palco per puro caso.

Hanno suonato un pezzo dei Sex Pistols e un tipo con la cresta, vicino a me, si è messo a fare headbanging. La prossima volta farà più attenzione al posto dove piazzarsi, però. Ha capito che se ti metti a dimenare la testa vicino a un muretto di granito, è un attimo che sbatti e ti fracassi uno zigomo.

È quasi Natale. Il gruppo ha santificato la festa a modo loro, trasformando in una tempesta di ruggiti elettrici una canzone sarda tradizionale, di quelle da notte della vigilia e gloriagloriacantaninkelu.
Suonano quasi solo pezzi loro, e lo fanno nel modo scemo degli incoscienti. Le loro canzoni camminano sempre sul confine tra satira sociale e farsa grossolana. Sul palco usano bambole, parrucche, flauti dolci, pifferi di canna. E poi non sanno suonare.
Ma zero, si vede che il loro show è un apostrofo rosa tra una bevuta di Ichnusa e una di Nastro.

Verso la fine del gig si calmano un po', smettono di fare battute su politici morti e sindaci vivi, e cominciano una canzone in levare.
Un'altra cover.
Questa.

In questo pezzo si trasformano. Sono concentrati, rabbiosi.
Quando entra la distorsione, verso la fine della canzone, un brivido mi motosega la schiena. Il cantante strilla con quella voce strozzata e un cazzo melodiosa che le persone cambiano il loro voto come cambiano i cappotti, e a me viene da piangere.
Dice che se Hitler tornasse oggi, lo accoglierebbero con una limousine.
È vero. La gente dimentica, la gente non vuole vedere.
La gente.
Siamo nel 2002 e la gente è cieca.

Quel cantante non urlava parole sue, però. Strillava il testo di una canzone scritta da Joe Strummer.
Ho saputo che oggi è morto, dopo aver portato a spasso il suo cagnetto.
Già gli voglio bene a quel cane, orfano di Joe.
Perché è come me e come quel cantante rauco che si emozionava, quando cantava quelle parole.


Nel giorno dei dieci anni dalla morte di Joe Strummer

8.11.12

Di questa città non esistono succursali


Sì, sìssì, che palle, ti ho capito.
Lucca per te è un posto magico.
“Magico”, poi.
Che aggettivo abusato.

Lo sai che abusare di un aggettivo significa stuprarlo, rovinarlo, farlo soffrire, renderlo meno prezioso?
Tu, poi, tu che lo accompagni a parole slavate, a concetti banali, riesci a inzaccherarlo con il fango della ripetizione.
Te lo dico? Te lo dico. Fai puzzare una parola così importante di umidità, di umidità putrida.

Magico. Lucca è un posto magico, dici.
Stai sbagliando alla grande, carino.
I posti sono neutri. Sono belli sono brutti, sono assolati o pieni di pioggia, caldi o umidi, o magari caldi E umidi.
Ma non hanno poteri particolari. Quelli, ce li hanno le persone.
No, non parlo di “quei” poteri, nerd di merda. Non parlo di Wolverine, Lanterna Verde o Mario Monti. Parlo di poteri molto meno evidenti, più discreti. Più normali, se capisci quel che intendo.

Non sono quelle pietre bianche, quelle strade umide ad agire sul tuo cervello, sui tuoi nervi, sul tuo stomaco. A farti restare a bocca aperta, a farti ridere, a farti piangere.
Le pietre erano pietre e sono pietre. E rimangono pietre.

Le persone cambiano, invece. Le parole cambiano.


Osservale, le parole. Concentrati, dai. Mettile in ordine di importanza. Come, non ci riesci?
È un handicap grave, lo sai? Gravissimo.
Massì, massì, continua ad abusare di aggettivi, spoglia le parole del loro significato, non dargli nessun ordine. Lasciale lì confuse e spaiate, male assortite.

Ingarbugliate, nebulose.
Come le tue emozioni.

Come, lascia fuori le emozioni? Guarda che è tutto collegato. Posti, parole, sapori, persone, colori e...
Massì, massì, mi arrendo. Sai che mi frega.
C'hai ragione, c'hai: Lucca è un posto magico.

Lascia, la birra te la pago io.

COONNA SONORA: Asaf Avidan - One day / Reckoning Song (Wankelmut Remix)

16.10.12

Ero scemo anche da piccolo

Okay, è arrivato il momento di uno di quei post che, nei blog degli altri, salto a pié pari.
Un tediosissimo momento nostalgia.
Oh, fate quel che volete, io vi ho avvisato.

Dunque. Ieri sera ho cenato con mio zio.
Uno zio importante per la mia formazione, perché è stato lui a regalarmi il primo albo di supereroi (che poi, in realtà, mai m'hanno preso) e sempre lui mi consegnò alcune preziosissime fotocopie riguardanti fabula, intreccio e amenità di questo tipo, che mi parevano nascondere il segreto della scrittura e che ancora conservo.

Ma torniamo alla cena di ieri (ciao zio!).
Mentre si massaggiava la gamba malandata (forza zio!) mi ha raccontato che, nel rimettere a posto vecchi scartafacci, ha ritrovato un vecchio albetto scritto, disegnato e pinzato da me. Conteneva un fumetto di (parole sue) "indiani e cowboy", e questo mi ha fatto sorridere, dato che il western è il mio genere preferito da sempre (sarei dovuto nascere negli anni '50) ma non scrivo nulla di western da almeno 15 anni.

A sentire lui quell'albetto risale alla mia seconda elementare. Può essere, dato che ho iniziato a sporcare fogli da molto prima.


Questo qua sopra, che sono andato a scovare un quarto d'ora fa in soffitta, è del 1990. Ma, leggendo sulla cover, ho dedotto che il personaggio era nato almeno un anno prima.

Ed è perlomeno il secondo personaggio da me creato di cui ho memoria. Come potete vedere, facevo tutto io, dai testi alla supervisione. Non mi facevo la carta in casa perché non avevamo betulle sul balcone.
In pratica, nel 1990 ero già un seguace attivo del DO IT YOURSELF..
Disegnavo senza sceneggiatura, una pagina via l'altra, poi pinzavo assieme i fogli, schiaffavo sopra una copertina colorata con i pastelli a cera e ammiravo soddisfatto quel patchwork, un po' Sergio Bonelli un po' Muciaccia di Art Attack.

Torniamo a ieri (e due).
Mentre mio zio parlava, io mi facevo delle domande. Domande importanti, eh, mica cotiche. Quindi state attenti che ora vi dico quali sono.

Eccole. Anzi, eccola... era solo una.
Cosa spinge un bambino più o meno sano di mente, con un QI (spero) normale, una famiglia esemplare e un fratello minore da schiavizzare, a usare taaaaaante delle sue ore per inventare delle storie su carta?
Sì, vi sento, fottuti cinici, non urlate. "I problemi di socializzazione" è certamente un'ottima prima risposta. Ma non è del tutto vera: la mia spiccata sensibilità e il mio gretto mat ehm, e la mia atavica timidezza non mi hanno mai impedito di avere una vita sociale perlomeno passabile.
Mai sfavillante, manco per niente rutilante, ma passabile... dài, sì.

E questo è un bene, perché se non avessi vissuto non saprei proprio di cosa scrivere.

Ma dicevo.C'è una seconda risposta, e credo sia meno cinica, più idealistica, una di quelle risposte che Cruciani alla Zanzara ridicolizzerebbe in nove secondi netti.
Per dire, più veloce di Bolt.
È una spiegazione che parte da quel granellino di antimateria che religioni e filosofie studiano da secoli senza averci mai capito un cazzo: l'anima, quell'invisibile scalareale sulla quale bluffano i preti di mezzo mondo.

A parer mio l'anima parte con una dotazione di base immutabile, e questa contempla il tipo di alimentazione.
Se la tua anima per esistere ha il bisogno di dire balle, ti si prospetta una brillante carriera come CEO della Fiat.
Se ha la necessità di raccontare storie, scordati di avere una pensione.

Passerai ore chino seduto a un tavolo, mentre i tuoi amici imparano a suonare male il giro di Satisfaction e slinguano biondine ai falò di ferragosto. Passerai ore chino seduto a un tavolo mentre i tuoi nemici vanno a interminabili feste, dotate delle peggio bevande del mondo, per una volta aggratise. Passerai ore chino seduto a un tavolo mentre i governi passano, i figli crescono e le mamme imbiancano.

E la cosa incredibile è che continuerai a farlo.
Per giorni, mesi... per anni. Divorato dall'urgenza della pagina dopo, dalla frenesia del dialogo ritmato, dall'orgasmo della parola perfetta...
A sette anni come a quattordici. A dieci come a trenta.

C'è del romanticismo in tutto questo, e questo mitiga la sensazione di sentirsi -semplicemente- un disadattato.

Ma perché questo pippone che mezzo bastava?
Semplice.
Perché dopo anni di pagine scritte e disegnate, mesi di continue modifiche e correzioni, notti zeppe di salva con nome,  Radio Punx è in stampa e non vedo l'ora di avere tra le mani una delle quattrocento copie numerate.
Anche perché, come quand'ero piccolo, abbiamo fatto tutto da soli, io e Jean Claudio, Puri autoproduttori.
Dai testi, ai disegni, alla supervisione. Alcuni amici ci hanno aiutato, è vero, e questo rende tutto ancora più bello, più soddisfacente, più magico.
Mi metterei a piangere per la gioia. Ma poi mi toccherebbe vedermela coi cinici.
Se volete vedermi  commosso, passate alla SelfArea, a Lucca Comics & Game, stand 26.
Portate un fazzoletto.

19.5.12

101 metodi per sconfiggere il telemarketing #8

Ogni tanto l'importante non è riflettere sulle cose, ma lasciarsi guidare dall'improvvisazione.
Come un jazzista. Ma un jazzista minimale, che conosce l'efficacia di una melodia scarna.
Ciò che segue è successo cinque minuti fa.


ciu gust is megl che uàn
#8 IL METODO CARTE D'OR

Ore 10.01. Ti sei appena svegliato dalla benedetta dormita del sabato mattina libero.
TRRRR TRRRR
- Pronto?
- Buongiorno signor Sammontana, sono Marisa della Telefraulein, la stiamo chiamando perché abbiamo impiantato delle nuove centraline Telefraulein nella sua zona. Naturalmente questo ci permette di proporle delle offerte vantaggiose. Lei utilizza abitualmente la rete internet?
- Mi piace il gelato.
- Come, scusi?
- Mi piace il gelato.
- Non si sente bene, ho capito 'mi piace il gelato'.
- Sì, sì. Mi piace il gelato.
- (Soffocando un risolino) Sono contenta, anche a me piace il gelato.
- Piace a tutti. Mi piace il gelato.
- (ridendo apertamente) Proprio vero.
- Arrivederci.
- (Sghignazzando della grossa) Ar... arr... arrivederci
- TUUU TUUU TUUU

19.4.12

STORIA DI MARTINO E DEL SUO CALAMARO.

Venerdì 13 aprile, alla Feltrinelli della Stazione Centrale, a Milano, è stato presentato il progetto Tessitori di Sogni (maggiori info QUI), un'importante rete di ricerca editoriale che si occupa di creare, scovare, tessere storie per ragazzi. 
Il sottoscritto ha avuto l'onore di essere uno dei primi Tessitori scovati dall'agenzia Atlantyca Dreamfarm grazie al Workshow di Lucca di tre anni fa, e ha avuto l'onore (bis) di essere presente in un libretto contenente 10 brevissimi racconti (di Mario Pasqualotto, Elena Peduzzi, Davide Morosinotto, Alessandro Gatti, Annamaria Piccione, Carolina Capria & Mariella Martucci, Luca Blengino, Giuseppe Festa e Pierdomenico Baccalario) e regalato ai convenuti, per festeggiare assieme la Giornata Mondiale del Libro (che si terrà il 23 aprile).

Il librino, lo vedete qua sopra, si chiama Dieci Piccole Trame.

Questo qua sotto,invece, è il mio raccontino. Si chiama

STORIA DI MARTINO E DEL SUO CALAMARO.


Martino viveva nella città del mare pulito e voleva un calamaro.

Da quando suo nonno gli aveva regalato Ventimila leghe sotto i mari, avere un calamaro era diventato il suo sogno più grande. Era fermamente convinto che avrebbe potuto difenderlo dai cattivi e dalle maestre di aritmetica, a furia di tentacolate e spruzzi di inchiostro.
— Ma un calamaro non è un gatto o un cane, non si può addomesticare — disse nonno Giustino.
— E perché no? — ribatté Martino.
Il nonno non seppe formulare una risposta convincente, e andò in cucina a farsi una frittata di cipolle.

Il giorno del quattordicesimo compleanno di Martino, il nonno arrivò a casa con una cassetta di polistirolo, il materiale candido intriso di inchiostro nero. Dentro c'era Vonnegut.
— E chi è Vonnegut? — chiese Martino.
— Come chi è? È il tuo nuovo amico. — rispose il nonno.
Martino guardò nella scatola. In un angolo, pulsante come un cuore bianco, lucido e viscido e sporco, un calamaretto lo guardava con quegli occhi, così duri da masticare, spalancati e circospetti. Martino prese quella massa gelatinosa e la accarezzò dolcemente. Vonnegut gli attorcigliò un tentacolo al dito, e Martino sorrise.
— Piacere di conoscerti, Vonnegut — disse, mentre il nonno allestiva un piccolo acquario destinato a diventare la casetta del mollusco.
Vonnegut crebbe forte e coraggioso, reduce dalla guerra del fritto misto, nemico giurato di pastella e piselli in umido. Ogni giorno Martino lo portava in spiaggia per la passeggiatina.
— Guarda quello là, al guinzaglio c'ha una seppia! — dicevano gli altri ragazzi, malvagi adolescenti.
— È un calamaro, ignoranti — rispondeva Martino, prima di venir pestato dai suddetti teppistazzi in miniatura.
Un giorno sì e l'altro pure, vestito di lividi ed ecchimosi, il giovane Martino somigliava sempre più al suo amico Vonnegut, raro caso del padrone che prende le fattezze dell'animale. Vonnegut, dal canto suo, cercava di difenderlo, inchiostrando a destra e a manca, ma al massimo riusciva a rovinare un po' di jeans e qualche sneaker. Ben presto fu chiaro a tutti che non sarebbe cresciuto tanto da ghermire il Nautilus.

Martino continuò a essere preso in giro. A scuola, all'oratorio, a judo e in piscina, tutti sapevano che il suo migliore amico era un calamaro. E risatine, e derisioni, e sfottò a profusione.
Ma a lui non importava. Sorrideva, e passava oltre a schiena dritta. Aveva realizzato il suo sogno, e tanto gli bastava. Voleva bene a Vonnegut, e Vonnegut voleva bene a lui anche se, poveretto, si sentiva terribilmente in colpa. Passava intere notti insonni, nell'acquario, ad angosciarsi per l'amico, a studiare nuovi metodi per poterlo difendere, pianificare innovative strategie anti-bullo.
Ma senza risultato. Sapeva bene che la sua stessa presenza era benzina per le beffe dei prepotenti.

Un giorno, durante la passeggiatina, Vonnegut prese la sua decisione. L'unica che poteva salvare Martino da una vita di dileggio.
Salutò il suo migliore amico, si sfilò dal guinzaglio e si fiondò, veloce e sussultante, verso il mare pulito. Martino lo rincorse, per riprenderlo si tuffò tra i flutti, vestito di tutto punto, ma Vonnegut sparì all'orizzonte con due colpi di tentacolo, gli occhi duri da masticare pieni di lacrime.
Martino non lo vide più e per mesi pianse e si disperò per la perdita del suo migliore amico.
Poi, un giorno, il nonno gli regalò Jurassic Park.

10.4.12

LA PAROLA DELLA SETTIMANA #6 OROLOGERIA

La parola della settimana (passata) è
(A) OROLOGERIA
Nella settimana in cui i leghisti hanno scoperto che i nodi scorsoi andrebbero agitati anche per qualche loro dirigente, più di uno tra i politici ha commentato l'ondata di indagini sulle beghe economiche della Lega come becera espressione di "Giustizia a Orologeria".

Per chi non è avvezzo alla lettura politica delle indagini dei magistrati, dicasi "Giustizia a orologeria" qualsivoglia indagine che vada a tangere (ah, sia benedetto l'utilizzo dei verbi giusti!) gli interessi dei partiti politici in un periodo più o meno vicino alla campagna elettorale per elezioni politiche, amministrative, referendum, ballottaggi, primarie, elezione di rappresentanti di condominio o capoclasse.

Sventola ora, Luca!

Prendiamo per buono il geniale assunto e poniamo l'ipotesi (fantascientifica, eh) di un politico indagato.
Beh, se l'indagine avvenisse a pochi mesi di distanza dalle elezioni, potremmo senza dubbio concludere che l'interesse dell'inquirente non è accertare la verità sui fatti, ma semplicemente colpire il partito di appartenenza dell'inquisito, per fargli perdere voti.

Ora.
In Italia, secondo la mia tessera elettorale, negli ultimi 12 anni si è votato almeno una volta l'anno. Quando è andata bene.

Chiedo perciò al Berlusca, a Cicchitto, a Rixi, a Castei, a Gasparri e a tutti quelli che usano questa simpatica locuzione...
Ditemi voi, per favore, QUAND'E' CHE UN'INDAGINE E' ABBASTANZA LONTANA DALLE ELEZIONI (ripeto, da qualsivoglia elezione, dalle politiche alle comunali) DA NON POTER ESSERE DEFINITA "A OROLOGERIA"?

No, dai, ditemelo.

6.4.12

LÀMPUS #2: ANEI

La Sardegna è famosa per le spiagge, per l'estate, per la Costa Smeralda e la fuffa televisiva che ci va a passare il tempo.
Ma il mare ce l'abbiamo anche d'inverno.
Resta con noi tutto l'anno anche se, come dice Ruggeri, il mare d'inverno è un concetto che la mente non considera.

La spiaggia qua sotto è quella di Torre dei Corsari/Pistis, a foto è di Patrizia Angei, la gonna è di Sara, le parole sono mie. Il titolo è Anei, che in campidanese significa sabbia, o sand per chi chiama dalla terra d'Albione.

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