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29.4.13

Il regalo di B.


B. ha sedici anni e fa la terza liceo.

B. arriva al nostro stand di mattina, è magra e tutta spigoli. Dietro le lenti degli occhiali ha due pozzi di anima profondi così. È simpatica, B., e chiacchiera, chiacchiera tanto. Lo dice lei, come per metterti sull'avviso. Così lo sai dall'inizio: non è che ti lamenti, dopo.
B. legge tanto, scrive, ama la musica. Parla di se stessa in un modo schietto e allo stesso tempo pudico, un modo che usano solo le ragazze di sedici anni.
B. compra il mio libro senza pensarci due volte. Lo guarda, lo prende in mano e lo paga. È un libro a fumetti di formato standard, lei mica lo sa che è la cosa più importante che ho fatto in trentadue anni, mica lo sa che è così pieno di sbagli e speranze da traboccare di indefinito.
Mica lo sa.
E come potrebbe?


B. non sa nulla di me.
Mi chiede se può sedersi a fianco, senza dare fastidio, e comincia a leggerlo.
La vedo stupirsi, arrabbiarsi. La vedo delusa, la vedo impaziente, la vedo scioccata. La vedo sorpresa e infastidita. La vedo meravigliata. La vedo sognante.
Ho il privilegio di osservare qualcuno che legge il mio libro live. Un reality book.
Lo finisce in mezz'ora, o poco di più. B. non lo sa mica che, dal momento della prima idea, per finirlo io ci ho messo quasi dieci anni.

Alza lo sguardo dalle pagine, mi guarda fisso da dietro gli occhiali e parla, con quell'accento musicale. Dice che è un libro bellissimo, ma che non doveva finire così, cavolo.
È arrabbiata, impaziente, in quel modo categorico e definitivo delle ragazze di sedici anni.
Mi parla dei personaggi, di come li vede e delle emozioni che le hanno suscitato, mi chiede come sono nati, perché sono fatti così, come mai si comportano cosà, perché la storia termina proprio in quel modo... lei vuole sapere cosa succede dopo, quelle cento pagine scarse sono poche (pochissime) per lei. 

L'emozione di B. è una scarica di mitra che perfora il cervello.

Pallettoni che mi hanno fatto chiaramente capire una cosa. B., è per te che ho scritto Radio Punx.
Per te, per M., per I., per F. e per tutti gli altri che, subito dopo aver letto l'ultima pagina, ci hanno fatto capire che Radio Punx era diventato anche cosa loro.

Mi hai fatto un regalo che nemmeno io capisco appieno.
In un mondo dove se vendi mille copie sei un successo, ne vedi tremila e sei un best seller corteggiato dagli editori, ne vendi ventimila e sei Zerocalcare, io sono andato a dormire felice per aver venduto quella copia.

Ciao.

16.10.12

Ero scemo anche da piccolo

Okay, è arrivato il momento di uno di quei post che, nei blog degli altri, salto a pié pari.
Un tediosissimo momento nostalgia.
Oh, fate quel che volete, io vi ho avvisato.

Dunque. Ieri sera ho cenato con mio zio.
Uno zio importante per la mia formazione, perché è stato lui a regalarmi il primo albo di supereroi (che poi, in realtà, mai m'hanno preso) e sempre lui mi consegnò alcune preziosissime fotocopie riguardanti fabula, intreccio e amenità di questo tipo, che mi parevano nascondere il segreto della scrittura e che ancora conservo.

Ma torniamo alla cena di ieri (ciao zio!).
Mentre si massaggiava la gamba malandata (forza zio!) mi ha raccontato che, nel rimettere a posto vecchi scartafacci, ha ritrovato un vecchio albetto scritto, disegnato e pinzato da me. Conteneva un fumetto di (parole sue) "indiani e cowboy", e questo mi ha fatto sorridere, dato che il western è il mio genere preferito da sempre (sarei dovuto nascere negli anni '50) ma non scrivo nulla di western da almeno 15 anni.

A sentire lui quell'albetto risale alla mia seconda elementare. Può essere, dato che ho iniziato a sporcare fogli da molto prima.


Questo qua sopra, che sono andato a scovare un quarto d'ora fa in soffitta, è del 1990. Ma, leggendo sulla cover, ho dedotto che il personaggio era nato almeno un anno prima.

Ed è perlomeno il secondo personaggio da me creato di cui ho memoria. Come potete vedere, facevo tutto io, dai testi alla supervisione. Non mi facevo la carta in casa perché non avevamo betulle sul balcone.
In pratica, nel 1990 ero già un seguace attivo del DO IT YOURSELF..
Disegnavo senza sceneggiatura, una pagina via l'altra, poi pinzavo assieme i fogli, schiaffavo sopra una copertina colorata con i pastelli a cera e ammiravo soddisfatto quel patchwork, un po' Sergio Bonelli un po' Muciaccia di Art Attack.

Torniamo a ieri (e due).
Mentre mio zio parlava, io mi facevo delle domande. Domande importanti, eh, mica cotiche. Quindi state attenti che ora vi dico quali sono.

Eccole. Anzi, eccola... era solo una.
Cosa spinge un bambino più o meno sano di mente, con un QI (spero) normale, una famiglia esemplare e un fratello minore da schiavizzare, a usare taaaaaante delle sue ore per inventare delle storie su carta?
Sì, vi sento, fottuti cinici, non urlate. "I problemi di socializzazione" è certamente un'ottima prima risposta. Ma non è del tutto vera: la mia spiccata sensibilità e il mio gretto mat ehm, e la mia atavica timidezza non mi hanno mai impedito di avere una vita sociale perlomeno passabile.
Mai sfavillante, manco per niente rutilante, ma passabile... dài, sì.

E questo è un bene, perché se non avessi vissuto non saprei proprio di cosa scrivere.

Ma dicevo.C'è una seconda risposta, e credo sia meno cinica, più idealistica, una di quelle risposte che Cruciani alla Zanzara ridicolizzerebbe in nove secondi netti.
Per dire, più veloce di Bolt.
È una spiegazione che parte da quel granellino di antimateria che religioni e filosofie studiano da secoli senza averci mai capito un cazzo: l'anima, quell'invisibile scalareale sulla quale bluffano i preti di mezzo mondo.

A parer mio l'anima parte con una dotazione di base immutabile, e questa contempla il tipo di alimentazione.
Se la tua anima per esistere ha il bisogno di dire balle, ti si prospetta una brillante carriera come CEO della Fiat.
Se ha la necessità di raccontare storie, scordati di avere una pensione.

Passerai ore chino seduto a un tavolo, mentre i tuoi amici imparano a suonare male il giro di Satisfaction e slinguano biondine ai falò di ferragosto. Passerai ore chino seduto a un tavolo mentre i tuoi nemici vanno a interminabili feste, dotate delle peggio bevande del mondo, per una volta aggratise. Passerai ore chino seduto a un tavolo mentre i governi passano, i figli crescono e le mamme imbiancano.

E la cosa incredibile è che continuerai a farlo.
Per giorni, mesi... per anni. Divorato dall'urgenza della pagina dopo, dalla frenesia del dialogo ritmato, dall'orgasmo della parola perfetta...
A sette anni come a quattordici. A dieci come a trenta.

C'è del romanticismo in tutto questo, e questo mitiga la sensazione di sentirsi -semplicemente- un disadattato.

Ma perché questo pippone che mezzo bastava?
Semplice.
Perché dopo anni di pagine scritte e disegnate, mesi di continue modifiche e correzioni, notti zeppe di salva con nome,  Radio Punx è in stampa e non vedo l'ora di avere tra le mani una delle quattrocento copie numerate.
Anche perché, come quand'ero piccolo, abbiamo fatto tutto da soli, io e Jean Claudio, Puri autoproduttori.
Dai testi, ai disegni, alla supervisione. Alcuni amici ci hanno aiutato, è vero, e questo rende tutto ancora più bello, più soddisfacente, più magico.
Mi metterei a piangere per la gioia. Ma poi mi toccherebbe vedermela coi cinici.
Se volete vedermi  commosso, passate alla SelfArea, a Lucca Comics & Game, stand 26.
Portate un fazzoletto.

19.4.12

STORIA DI MARTINO E DEL SUO CALAMARO.

Venerdì 13 aprile, alla Feltrinelli della Stazione Centrale, a Milano, è stato presentato il progetto Tessitori di Sogni (maggiori info QUI), un'importante rete di ricerca editoriale che si occupa di creare, scovare, tessere storie per ragazzi. 
Il sottoscritto ha avuto l'onore di essere uno dei primi Tessitori scovati dall'agenzia Atlantyca Dreamfarm grazie al Workshow di Lucca di tre anni fa, e ha avuto l'onore (bis) di essere presente in un libretto contenente 10 brevissimi racconti (di Mario Pasqualotto, Elena Peduzzi, Davide Morosinotto, Alessandro Gatti, Annamaria Piccione, Carolina Capria & Mariella Martucci, Luca Blengino, Giuseppe Festa e Pierdomenico Baccalario) e regalato ai convenuti, per festeggiare assieme la Giornata Mondiale del Libro (che si terrà il 23 aprile).

Il librino, lo vedete qua sopra, si chiama Dieci Piccole Trame.

Questo qua sotto,invece, è il mio raccontino. Si chiama

STORIA DI MARTINO E DEL SUO CALAMARO.


Martino viveva nella città del mare pulito e voleva un calamaro.

Da quando suo nonno gli aveva regalato Ventimila leghe sotto i mari, avere un calamaro era diventato il suo sogno più grande. Era fermamente convinto che avrebbe potuto difenderlo dai cattivi e dalle maestre di aritmetica, a furia di tentacolate e spruzzi di inchiostro.
— Ma un calamaro non è un gatto o un cane, non si può addomesticare — disse nonno Giustino.
— E perché no? — ribatté Martino.
Il nonno non seppe formulare una risposta convincente, e andò in cucina a farsi una frittata di cipolle.

Il giorno del quattordicesimo compleanno di Martino, il nonno arrivò a casa con una cassetta di polistirolo, il materiale candido intriso di inchiostro nero. Dentro c'era Vonnegut.
— E chi è Vonnegut? — chiese Martino.
— Come chi è? È il tuo nuovo amico. — rispose il nonno.
Martino guardò nella scatola. In un angolo, pulsante come un cuore bianco, lucido e viscido e sporco, un calamaretto lo guardava con quegli occhi, così duri da masticare, spalancati e circospetti. Martino prese quella massa gelatinosa e la accarezzò dolcemente. Vonnegut gli attorcigliò un tentacolo al dito, e Martino sorrise.
— Piacere di conoscerti, Vonnegut — disse, mentre il nonno allestiva un piccolo acquario destinato a diventare la casetta del mollusco.
Vonnegut crebbe forte e coraggioso, reduce dalla guerra del fritto misto, nemico giurato di pastella e piselli in umido. Ogni giorno Martino lo portava in spiaggia per la passeggiatina.
— Guarda quello là, al guinzaglio c'ha una seppia! — dicevano gli altri ragazzi, malvagi adolescenti.
— È un calamaro, ignoranti — rispondeva Martino, prima di venir pestato dai suddetti teppistazzi in miniatura.
Un giorno sì e l'altro pure, vestito di lividi ed ecchimosi, il giovane Martino somigliava sempre più al suo amico Vonnegut, raro caso del padrone che prende le fattezze dell'animale. Vonnegut, dal canto suo, cercava di difenderlo, inchiostrando a destra e a manca, ma al massimo riusciva a rovinare un po' di jeans e qualche sneaker. Ben presto fu chiaro a tutti che non sarebbe cresciuto tanto da ghermire il Nautilus.

Martino continuò a essere preso in giro. A scuola, all'oratorio, a judo e in piscina, tutti sapevano che il suo migliore amico era un calamaro. E risatine, e derisioni, e sfottò a profusione.
Ma a lui non importava. Sorrideva, e passava oltre a schiena dritta. Aveva realizzato il suo sogno, e tanto gli bastava. Voleva bene a Vonnegut, e Vonnegut voleva bene a lui anche se, poveretto, si sentiva terribilmente in colpa. Passava intere notti insonni, nell'acquario, ad angosciarsi per l'amico, a studiare nuovi metodi per poterlo difendere, pianificare innovative strategie anti-bullo.
Ma senza risultato. Sapeva bene che la sua stessa presenza era benzina per le beffe dei prepotenti.

Un giorno, durante la passeggiatina, Vonnegut prese la sua decisione. L'unica che poteva salvare Martino da una vita di dileggio.
Salutò il suo migliore amico, si sfilò dal guinzaglio e si fiondò, veloce e sussultante, verso il mare pulito. Martino lo rincorse, per riprenderlo si tuffò tra i flutti, vestito di tutto punto, ma Vonnegut sparì all'orizzonte con due colpi di tentacolo, gli occhi duri da masticare pieni di lacrime.
Martino non lo vide più e per mesi pianse e si disperò per la perdita del suo migliore amico.
Poi, un giorno, il nonno gli regalò Jurassic Park.

5.10.10

Il mio nome in inglese non significa un cazzo (3 di 3)

Se sei così pigro da non avere voglia di cliccare quassù, ti faccio un riassunto. Eccolo:

Ci sono due tedesche in vacanza. Una delle due è uno stereotipo in carne e ossa.



Mi giro e mi rigiro nel letto. Queste sono le occasioni da cogliere al volo per non passare da coglione, dice il poeta. E poi mica Mario è un tuo VERO amico. Lo conosci appena, mi dico, quindici giorni d'estate e una mail durante l'anno non fanno un'amicizia.

Non riesco a dormire per tutta la notte.

Alle cinque mi alzo, che ormai di prendere sonno non se ne parla. Vado in spiaggia, a vedere l'alba. Divoro in pochi minuti il chilometro che separa la casa dalla sabbia. L'aria è fresca, il cielo scuro sfumato di ciano, il profumo della macchia mediterranea intenso e penetrante e balsamico e bellissimo e un branco di cani randagi mi sbarra la strada.


Ma merda.

Dicono che i cani possano sentire la tua paura. Se ti attaccano, devi evitare di cagarti sotto. Chissà se funziona anche al contrario... se pensi a una barzelletta, il cane la capta e ride? Per sicurezza, guardo i cani, li fisso intensamente e penso alla storiella del pinguino.

Non mi pare che ridano. Non l'avranno capita.

C'è di buono che non mi assalgono, e passo indenne il loro posto di blocco.

Grazie, pinguino.

La spiaggia è un lungo Sahara zampettato dai gabbiani. Mi arrampico su uno scoglio, e aspetto lì che il sole, pigro, esca dal mare, col sottofondo ritmico delle onde che si spaccano sotto di me. C'è un senso di pace, in tutta questa natura che fa niente di speciale, che mi riempie il petto e mi commuove.

In quella, qualcuno mi tocca la spalla.

Helga.

Non le chiedo cosa faccia qui, non le chiedo perché, non le chiedo come. Lei sorride, ha abbandonato quella sua espressione da professionista dell'insofferenza. Mi osserva.

“Tuo nome significa un cazzo.” Sguardo libidinoso da tedesca in vacanza.

Se lo racconto non mi credono.

2.10.10

Il mio nome in inglese non significa un cazzo (2 di 3)

Se te la sei persa, leggiti la PRIMA PARTE.

Se sei così pigro da non avere voglia di cliccare quassù, ti faccio un riassunto. Eccolo:

ci sono due tedesche in vacanza.


“Perché non ci insegnate qualche parola in italiano?”

La notte la passiamo sul bordo della piscina del residence. Ridiamo, parliamo e beviamo un alcolico molto blando, che l'alcolico pesante lo riserviamo al resto dell'anno.

Dio ci perdoni, l'italiano (soprattutto se postadolescente e in alcolico blando) insegna sempre le solite parole alle straniere, cioè le prime due volgarità a sfondo sessuale che gli vengono in mente. Loro chiedono la traduzione. Inga ride, Helga mi incenerisce con lo sguardo. Mi cago addosso, giuro.

Ecco chi mi ricorda, quella sua dolcezza ingombrante. Erwin Rommel. Anzi. Erwin Rommel incazzato.

Ve l'ho detto, mo cago addosso.

“Come vi chiamate di cognome?”

“Io mi chiamo Melis.”

“ It sounds like Malice. Malizia, in english.”

Risate.

“Io Frau. ” È Mario che parla. “Significa Donna in tedesco.”

“Siamo fatti così, noi sardi. I nostri cognomi hanno sempre un significato, in qualche altra lingua.”

Risate. Alcolico blando.

“E tu, cosa vuol dire il tuo cognome?” Inga, insinuante curiosona.

Ci penso su un attimo. Il mio cognome non significa nulla, porcoggiuda, almeno in quelle due lingue che conosco. Mi sento escluso.

“Il mio nome in inglese non significa un cazzo.”

Dico così.

Senza riflettere bene sulla forma della frase. Chissà cos'hanno capito, perché ridono, ridono, e ride anche Helga. Inga stringe le labbra in un sorriso lascivo. Rido anch'io.

Massì, chi se ne frega. Alcolico blando.

Un pomeriggio stiamo giocando a pallavolo nell'acqua bassa. Ogni pallone recuperato prima che tocchi il mare è un'ovazione di gioia, un urlo di trionfo, la risata libera di un gruppo di postadolescenti ancora lontani da affitti da pagare, licenziamenti in tronco, pillole del giorno dopo. In un maldestro tentativo di bagher nella zona coperta da me, Inga si tuffa all'indietro e urta le mie zone delicate con le sue terga. Da parte mia c'è un attimo di imbarazzo, mentre lei insiste nella posizione per un tempo maggiore del necessario. Poi esulta.

Ha salvato il pallone, che non ha toccato l'acqua. Mi guarda. Altro sorriso lubrico.

La notte che precede la loro partenza festeggiamo con una pizza. Attrezziamo il tavolo in una stanza vuota del residence, la tempestiamo di birre e tovagliolini. Gli addetti al ritiro della pizza siamo io e Mario. Quando arriviamo coi cartoni caldi in mano, gli altri hanno già preso posto. A me tocca quello vicino al capotavola, e capotavola c'è Inga. Dividiamo i cartoni con le pizze, io mi appresto a tagliare la mia gamberetti e rucola con un certo appetito. A un tratto, mentre sono lì che spicchio, sento qualcosa che mi tocca il piede. Sobbalzo. Mi giro verso Inga. Stampato sulla faccia ha la versione base dello sguardo equivoco. Mi guarda fisso negli occhi, sorride lasciando intravvedere un pezzetto di lingua.


Mario è dall'altra parte del tavolo, e la sua pseudoragazza mi sta facendo piedino.

Cazzo, penso.

Sono finito dentro lo stereotipo della tedesca troia.

In evidente stato confusionale lascio lì i gamberetti e la rucola, mi tengo lo stomaco.

Non sto bene, dico. Scusatemi, dico. Ci vediamo domattina in spiaggia, dico.

Inga è l'unica che non sembra dispiaciuta. Nemmeno mi guarda. Si è girata verso Mario. Gli avvicina alla bocca un trancio di pizza.

(continua)

29.9.10

Il mio nome in inglese non significa un cazzo (1 di 3)


Un racconto in 3 parti. Ecco la prima.

C'è qualcosa che io, Berlusconi e Flavio Briatore abbiamo in comune.
Tutti e tre facciamo le vacanze in Sardegna. Tralasciamo il fatto che io ci passi anche il resto dell'anno.

Tralasciamo.

Anni fa passavo le vacanze nel sud, coi miei. Mare azzurrissimo, sabbia bianca, folla solo nel fine settimana e a ferragosto. Con me un gruppo di “amici del mare” poco numeroso ma molto unito, rigidamente composto solo da maschi.
Le giornate erano scandite da una programmazione ferrea: spiaggia - megammeddu – spiaggia. La notte la passavamo nei locali di un residence poco lontano da casa, proprietà di un amico.

Nell'estate '99, al nostro scarno gruppetto monosessuale si unisce una coppia di ragazze tedesche. Chiamerò le due fräulein Helga e Inga. Helga ha il padre sardo ma non sa una parola d'italico idioma e per sopravvivere a quei quindici giorni coi suoi genitori si è portata un'amica. Inga, appunto. Entrambe bionde, occhi chiari, carnagione lattea, accento nazistoide. Helga ha l'aria perennemente infastidita di chi, piuttosto che in vacanza coi suoi, preferirebbe essere ancora a Berlino Est. Inga invece amoreggia felice con Mario, uno del nostro gruppo, anche lui figlio di sardi emigrati in tedeschia. Malgrado le difficoltà con la lingua (escluse quelle di Inga e Mario, naturalmente), riusciamo a capirci perfettamente e ricamiamo lunghi discorsi ripieni di nulla.
Da subito noto che a Inga sto particolarmente simpatico. Gli sguardi che mi dedica sono più profondi und maliziosi di quelli che riserva agli altri.

Sempre escluso Mario, eh.

In spiaggia siamo l'invidia porca degli altri scarni gruppetti monosessuali. Le due teutoniche si spalmano crema protezione ottomila prima di stendersi al sole ma si bruciano uguale, mentre noi, già neri come Mboma, continuiamo il nostro infinito mondiale di beach soccer.
Inga approfitta di ogni momento di assenza di Mario per chiedermi di spalmarle l'olio solare, farsi una nuotata con me, finirmi casualmente addosso mentre giochiamo a schiacciasette in acqua.
Approfitta di ogni presenza di Mario per sparire con lui sugli scogli e tornare, dopo mezza mattinata, con un gran sorrisone soddisfatto.
Helga non sembra apprezzare la leggerezza frivola dell'amica.

Lei preferirebbe stare ad Alexanderplatz a immaginare la vita oltre la cortina di ferro.

Si chiacchiera del più e del meno, come succede tutte le estati. Io dico che, prima di tornare a casa, voglio assolutamente vedere il sole sorgere sul mare. Svegliarsi alle 5 d'estate è pura utopia, ma sono determinato.
Helga si desta dal torpore, l'idea la stuzzica. Inga si spalma il Nivea.

(continua)

13.9.10

Moleskine



Sono passati mesi dall'ultima volta che ho scritto qua sopra.
MEMO: rimettere mano al blog.

Per oggi vi regalo una storia contenuta nell'ultimo numero di Resto Mancia, giornale delle "giovani leve" dell'Associazione culturale Chine Vaganti.
In quanto (co)fondatore del giornale, nell'ormai lontano 2002/2003, io e il sempre presemte Jean Claudio Vinci ci siamo riservati l'onore di comparire anche in questo albo.

Grazie alle giovani chine per avere ospitato dei vecchi chinoni.

suvvia, incauto utente web, clicca sull'immagine per vederla in tutto il suo splendore


17.2.10

La città sotto.

Sabato notte sono tornato da Lucca, dove per una settimana sono stato tra i protagonisti del workshow.
Di quella settimana mi rimarranno dentro molti frammenti.
Uno è qua sotto.

Clicca sull'immagine per ingrandire

19.11.09

Cassintegrati come Raikkonen

Una mattina di poco tempo fa, Kimi Raikkonen si è svegliato.

Bella mattinata, ha pensato stiracchiandosi.



Bacio alla bellissima fidanzata addormentata, morso a brioche, cagatina d'ordinanza e giù in garage a scegliere l'auto per andare al lavoro.



Oggi l'utilitaria, si dice Kimi.






Dieci minuti dopo è sull'autostrada a bordo della Lamborghini Gallardo e accende la radio sul Ruggito del coniglio. La trasmissione termina proprio mentre entra a Maranello. Il custode lo saluta, lui idem.



Parcheggia ed entra nel box. Due meccanici stanno facendo una pausa caffè alla macchinetta, lui li saluta e ride alle loro facezie. Poi nota un foglio, incastrato dietro il tergicristalli della sua F2009.



Una lettera.



"Caro Kimi,per fondate motivazioni aziendali di cui a te deve fottere sega, dall'anno prossimo non correrai più con noi.



tuo Domenicali



ps: buona cassa integrazione!"



Terrore.



Sgomento.



Gli occhi cerulei del glaucopide pilota pieni di lacrime.



Si vede già ad Annozero, arrampicato sul tetto dei box, a piangere miseria davanti al legale di turno di Berlusconi e a un giornalista fintocontrito.



Chiama il suo legale, per sapere se può fare qualcosa.



"We Kimi, tranquillo -dice il consulente- è tutto olraìt (è di Carate Brianza, ma vuole darsi arie da internescional): la tua cassaintegrazione è di 17 milioni di euro se non trovi nessuna scuderia, di 10 se la trovi. Salutami la tua bellissima gherlfrénd, cià!"








Torna il sole sul faccino piovoso di Kimi.



Va a casa felice, mette su I wanna Rock'n'roll all night dei Kiss, spistora la Gallardo mentre entra in garage in retromarcia, sale su, si scopa la bellissima fidanzata unaduetrevolte.



Si accende un havana, accende la tele. Accende in maniera diversa, naturalmente.






Annozero.



Un operaio della Equipolymers di Ottana, abbarbicato sul tetto dell'azienda, urla che con la sua CIG non arriva alla fine del mese, che anche la moglie ha perso il lavoro, che non sa come dare da mangiare a sua figlia di due an...



zooot



Che bellissima invenzione il telecomando, pensa Kimi mentre tira un'altra boccata di havana.

8.9.09

SETTEGIORNI

Eccomi di ritorno.
Per l'occasione vi regalo con una storia estiva, che mi è piaciuto tanto scrivere e che mi sono divertito a inzaccherare di inchiostro e colori digitali.

CLICCA SOPRA PER LEGGERLO

9.4.09

Ad Libitum

Oggi voglio consigliare a voi, pochi ma affezionati lettori, un libro.
Si chiama Lettere contro la guerra, è stato scritto da Tiziano Terzani ed è una struggente dimostrazione della stupidità umana. Lo stile di Terzani è giornalistico, a tratti sarcastico, sempre empatico verso le storie che racconta.

Per corredare questo mio consiglio librario, vi regalo una storia che mi vede anche ai pennelli.
Un parallelo tra la musica e la guerra, tra il suono e il rumore, tra le emozioni e il terrore, tra l'arte e la distruzione.
Buona lettura.
clicca sulla tavola per ingrandirla

28.3.09

Il Parvenu

Il sito komix.it ha pubblicato le tavole del concorso che sceglierà tre autori esordienti per la rivista Mono della Tunué.

Io e il fido J.C. Vinci abbiamo partecipato con questa tavola. Il tema del concorso era "I classici della letteratura". Un caro amico mi ha fatto notare una pecca della storia e devo dire che cn un piccolo accorgimento sarebbe riuscita meglio.
Ma sono comunque soddisfatto
Perciò, eccovi la tavola. Commentate pure.
clicca sulla tavola per ingrandirla

Il periodo è pieno di cose che non voglio fare, di necessità impellenti, di mancanze.
E la mia reazione è lenta e macchinosa.
Sto scrivendo un racconto lungo, a fumetti, che mi vedrà anche ai disegni. Butto giù una pagina di storyboard ogni tanto, ci ritorno spesso, limo, tagliuzzo, creo...
Non vedo l'ora di finirlo.
Ma ci vorranno mesi.
Mesi che -lo so già- saranno pieni di cose che non voglio fare, di necessità impellenti, di mancanze.
Scegliete voi la parolaccia che volete per concludere questo sfogo, io non ne ho voglia.

10.3.09

Sa Battalla alla terza

Finalmente ci riesco.

Era un mese che non aggiornavo il blog.
Un mese di vita. Mica male, la mole di cose che succede in un mese.
Peccato non essere riuscito a trovare la voglia, in 30 giorni, di mettermi per due minuti al pc ad aggiornare questa mia soffitta virtuale.
Me ne scuso coi miei cinque lettori.

Per farmi perdonare, vi regalo un fumettino che ho scritto e disegnato quest'estate.
Tratta il tema della Battaglia di Sanluri (importante evento storico della nostra isola, nella quale l'esercito del Giudicato di Arborea venne sconfitto dai catalano-aragonesi) da un punto di vista diverso.
Niente eroismi, ma solo istinti animali (è proprio il caso di dirlo)!

Buona lettura.
Al primo che becca la citazione che ho inserito (da un libro di un grande scrittore sardo contemporaneo), vanno cinque minuti di gloria e una birra offerta da me la prossima volta che ci vediamo!
clicca sulle tavole per ingrandirle

28.1.09

Protezione civile - Una storia a fumetti

Come dice anche il quotidiano sardo più famoso, in questi giorni le scuole della Provincia del Medio Campidano sono state omaggiate di un albetto a fumetti che racconta cos'è e cosa fa la Protezione Civile Italiana.

Il lavoro è stato realizzato interamente dall'Associazione Culturale Chine Vaganti, di cui mi pregio di far parte, in collaborazione con Protezione Civile e Provincia del Medio Campidano.

Precisamente, la parte relativa ai testi è stata sfangata da me, Marcello Lasio, Massimiliano Marongiu, Daniele Mocci.
I disegni sono opera del duo (degno di Montanari & Grassani e Grattachecca & Fichetto) Vinci-Figus.
La colorazione è degli allegri Maurizio Nonnis e Luca Usai.

La realizzazione finale ha soddisfatto noi e i nostri committenti.
Di mio, ricordo che la mia parte di sceneggiatura fu scritta in nave, mentre mi recavo a Roma per sopraggiunti e imprevisti motivi di lavoro, e inviata via mms (ancora i miei soci mi prendono per il culo!) per non toppare la data di consegna. Tralascio le simpatiche invocazioni vudù che condirono quel viaggio, capitato proprio al momento giusto (più o meno lo stesso, perfetto, tempismo di un attacco lacerante di diarrea durante la discussione della tesi di laurea).
Comunque tutto bene ciò che finisce bene.
clicca sulle tavole per ingrandirle

Se vi va di leggere la ministoria sceneggiata da quell'amico di maria che è Marcello Lasio, cliccate QUI!
Se invece morite dalla voglia di vedere cosa ha combinato quel diavoletto biondo di Daniele Mocci, cliccate QUO!
Causa mancanza di blog, dovrete tenervi la voglia di leggere le parti di raccordo scritte dal nostro Lucio Fulci, MM.

Alla prossima.

24.1.09

Orlo Macchina # 5

Ecco a voi il quinto episodio di Orlo Macchina.
L'unico fumetto seriale che esce quando mi pare e piace.
clicca sulla tavola per ingrandirla

episodi precedenti
ORLO MACCHINA n.1
ORLO MACCHINA n.2
ORLO MACCHINA n.3
ORLO MACCHINA n.4

29.11.08

Orlo Macchina (4)

Ancora un episodio, del 2004 (ahi, quanto passa il tempo!), delle mie sedute d'analisi fumettomorfe.

Ecco a voi ORLO MACCHINA n.4 (gli episodi successivi hanno data 2008 e saranno prossimamente sul vostro schermo!)
clicca sulla tavola per ingrandirla

episodi precedenti
ORLO MACCHINA n.1
ORLO MACCHINA n.2
ORLO MACCHINA n.3

19.11.08

Gente di Classe #3

Nel 2008 è uscito il numero 7 della nuova serie di Macchie d'Inchiostro, organo ufficiale dell'Associazione Chine Vaganti.
Tra quelle pagine, potrete trovare il terzo episodio di Gente di Classe, la miniserie umoristica creata da me e Jean Claudio Vinci e disegnata per l'occasione da Andrea Altea.

Buona lettura!
clicca sulla tavola per ingrandirla

14.10.08

Radio Punx

L'anno scorso il Lucca Project Contest fu vinto dalla bravissima Nora Moretti con Aelis.
Tra i quindici progetti ammessi alla fase finale ci fu anche Radio Punx, una storia metropolitana ambientata nella Milano del 1979, su cui io (ai testi) e il bravo J. C. Vinci (ai disegni) spandemmo un bel po' di sudore.


Oggi il primo capitolo di questo progetto sta per vedere la luce, sotto forma di spartanissima autoproduzione, e verrà distribuito (da noi, e forse da qualche amico) alla prossima Fiera di Lucca.
Per ora sono attivi il blog e lo space del progetto, ai seguenti indirizzi:

http://radiopunx.blogspot.com/

http://www.myspace.com/radiopunxcomics

Io, manco a dirlo, vi invito a cliccare sui link!

12.10.08

Gente di Classe #2

Il secondo episodio di Gente di Classe, la serie a fumetti che spinge a ringraziare il cielo per aver finito il Liceo!

clicca sulla tavola per ingrandirla
E, sempre a tema scolaresco, una canzone dei grandi Offlaga Disco Pax

E per stanotte mi posso anche lettizzare.

1.10.08

Gli Sconnessi (#1)

Gli Sconnessi è il nome di una serie di strisce multimediali di ispirazione cyberpunk che io e il buon Lukkusai abbiamo creato alcuni anni fa per la Janas Technology.

Io sono particolarmente soddisfatto della striscia perché fa interagire in maniera originale la grafica Flash e i fumetti (bisogna passare col mouse sopra le vignette, per leggere i balloon) e realizza un bel crossover di "vecchio" e "nuovo": utilizza il classico formato striscia per raccontare vicende ambientate in un futuro prossimo.

I tre protagonisti della striscia sono Morphinus, Ciumbia e Makigatzu, di cui farete la conoscenza qua sotto, nella prima striscia della serie, dall'atmosfera matrixeggiante.
Buon divertimento!

Naturalmente, per visualizzare correttamente la striscia dovete scaricare (se non l'avete già fatto) il flash player, da QUI!