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17.6.14

Anno Zero (ovvero l'esame di terza media che fa da spaccavita)

Torno sulla base del pianeta Royale.
Sfoglio il libro di musica. Pagine che frusciano.
Cerco un brano che abbia a che fare con la seconda guerra mondiale. Ho l'esame di terza media tra una settimana, e devo completare il percorso interdisciplinare (è il 1995, ancora non la chiamiamo “tesina”). Ho scelto quel momento storico perché nella mia puberale ingenuità è come un film drammatico, di quelli con il lieto fine. Una storia piena di prepotenti e di eroi che alla fine li prendono a calci nel culo. Ci ho messo la geografia, la storia, le scienze, è stato facile.
Troppo facile.

Non lo so ancora, che non c'è NULLA di veramente facile.

“Mamma”.
“Dimmi”.
“La conosci questa canzone... 'Auschwitz'?”
“Certo. Ad Auschwitz c'era la neve... perché me lo chiedi?”
“Perché sul libro c'è la partitura, e il testo. All'esame porto questa!”
“È una bella canzone”.

Sincronizzo tutto sopra il ritmo in levare.
Imparo il testo a memoria.
All'esame dovrò recitare la canzone come una poesia. Come alle elementari, come OhValentinovestitodinuovo o eifusiccomeimmobile. Ma questa è una canzone moderna, parla di una storia recente, che racconta anche nonno. Mica come il 5 maggio.

Teen-teenager, rock-rockstar
L'esame di terza media non ci spaventa, noi fessi. Siamo invincibili, noi fessi. Che cavolo, in questi tre anni ho sempre ottenuto il massimo risultato con nessuna fatica, i pomeriggi li ho passati a scarabocchiare fumetti su vecchi quadernoni. I compiti li copiavo alla prima ora, da quelli più bravi. Per le interrogazioni leggevo i capitoli due ore prima, e andava sempre liscia.

“Se studi così, tra due mesi non ti ricorderai più nulla”.
Saggezza di madre, quanto aveva ragione.
Dal punto di vista scolastico, comunque, sono stati tre anni semplici.
Non lo so ancora, che non c'è NULLA di veramente facile.
Ma la scuola non ha dato problemi, no. Quelli me li ha dati la timidezza. La difficoltà tremenda a spiccicare parola con quelli che non conosco.
I problemi me li hanno dati gli orari di coprifuoco, che mi costringevano a tornare a casa sempre prima degli altri amici.
I veri problemi me li ha dati l'inclinazione all'innamoramento facile, l'attrazione che sceglieva a cazzo di cane due volte su tre, gli struggimenti, le storie terminate, quelle mai iniziate.

Sì lo so, sono i problemi più banali del mondo. Ma sono i problemi più gravi del mondo, no?

E questa sfida non è ancora finita
Il giorno dell'esame qualcuno, tra gli amici, è teso. Qualcuno ha paura di essere bullato, bocciato, kaputt, estate in casa a schivare l'incazzo dei genitori. Perché nel 1995 i genitori hanno ancora l'insana abitudine di cercare le cause della bocciature nelle mancanze dei figli. Sono pochi quelli che scaricano le responsabilità nei disegni criminali dei professori, quei satanici intriganti.
“E se mi bocciano?” mi chiedono.
“Ma va', che non ti bocciano, stai tranquilla”, rispondo. Io faccio da camomilla, tranquillizzo gli altri, gli do coraggio.
Io non ho paura. Se non promuovono me dovranno bocciare mezza scuola, dopotutto.

Ma non ho calcolato tutte le variabili. Non so ancora che qualcosa può andare male comunque.
Vai col refrain: non lo so ancora, che non c'è NULLA di veramente facile.

Il mio turno sarà a metà mattina: sono il companatico tra l'esame di altri amici.

In un quarto d'ora gli altri se la sbrigano. Tutto come nelle attese, al massimo una domanda pertinente agli argomenti scelti, nessuna sorpresa.

Ora tocca a me.


All'esame possono assistere solo due compagni di classe, che fungono da testimoni. Io scelgo lui e lei. I miei migliori amici, quelli che continuerò a sentire anche in seguito, quelli che avrei scelto come fratelli o cugini, se si potessero scegliere i fratelli e i cugini.
Hanno avuto anche una breve storia d'amore, due anni prima. Che roba strana, a pensarci oggi, perversa quasi: i fratelli non dovrebbero amoreggiare, la società umana non prevede l'incesto.
“Buona fortuna”.
“Non si dice buona fortuna, porta sfiga”.
“Vaffanculo, che ti devo dire?”
“In culo alla balena”.
“Uau... in culo alla balena!”

Casino Royale missione speciale, pronti a decollare.
Mi siedo davanti alla commissione. Il ricordo mi difetta un po', ma sono sicuro che che la professoressa d'italiano ha sorriso per darmi coraggio. Alle mie spalle siedono lui e lei, tifano per me a voce bassa.

Comincio a parlare, ma.

Ma.

Ma sono timido, non ho nessuna sicurezza nei miei mezzi, davanti agli sconosciuti mi blocco mi trema la voce il fiato si spezza e il presidente di commissione è uno sconosciuto, lo vedo ora per la prima volta, capelli bianchi, avrà cinquanta, sessant'anni, boh, per un quattordicenne è difficile datare gli adulti, senza carbonio14.

Parlo, parlo, parlo, parlo. Parlo di Hitler, di Mussolini, della Resistenza, della Liberazione.
Cito anche 'Auschwitz', di questo Guccini di cui non ho mai sentito mezza canzone.
Capelli bianchi mi guarda dritto negli occhi. Il presidente della commissione, proprio lui.
“Secondo te è stata giusta la lotta degli italiani contro gli italiani per la Liberazione dal Fascismo?”
Rispondo con la sicumera di un professor Sartori coi brufoli. “Certo, se ha permesso di deporre Mussolini”.
“Ah. Quindi per te è giusto che il fratello arrivi a uccidere il fratello, la giustificazione della violenza” dice, 'sto Torquemada da scuola secondaria.



L'equipaggio è teso e dico che ha ragione, prova tu a suonare in questa situazione.
Ma cazzo, penso.
Cazzocazzocazzo, che gli dico? Io sono per la non violenza... Gandhi, do you know?
Sto ancora cercando le parole per la risposta quando interviene la professoressa d'inglese. Non ricordo le parole precise, ma dice qualcosa sulle violenze del fascismo, su soprusi e purghe e autoritarismo. Sulla reazione alla brutalità del potere.

Capelli bianchi emette come un ringhio sommesso. Ribatte punto su punto, alza la voce. Il clima si arroventa, gli altri professori assistono senza fiatare.

Ma cazzo, ripenso. Cosa sta succedendo?

Non ho abbastanza coscienza politica, sennò capirei subito di trovarmi in una specie di disputa tra Galeazzo Ciano e Nilde Iotti.

Mi volto verso il cantuccio dove lui e lei siedono affiancati ad assistere alla scena. Leggo l'incredulità sui loro volti, il terrore che qualcosa del genere capiti anche durante il loro esame, la solidarietà da fratello e sorella che cercano di trasmettermi per via oculare.

Tutto può scoppiare da un momento all'altro
I minuti passano, sono dentro da mezz'ora e da almeno un quarto d'ora non parlo io. Nilde e Galeazzo sono fuori dai gangheri. Una difende la democrazia conquistata, l'altro sputa fiele sui libri di testo dalla parte dei vincitori.

Lui parla degli omicidi compiuti dai partigiani, forse di Claretta Petacci. Lei parla di olio di ricino, di squadracce. Forse di Giacomo Matteotti. Lo scontro è aspro.



Io ormai non li ascolto più, sono perso in una realtà alternativa. Non sta succedendo niente, in questo momento, a me. Oggi in paese c'è festa, penso. Dopo mi faccio una passeggiata, penso.
Penso anche a una canzone che ho letto sulla 'Storia d'Italia a fumetti' di Enzo Biagi “Canto il delitto di  quei galeotti/ che vollero trucidare il deputato Giacomo Matteotti / erano tanti: Viola Rossi e Dumin/ e il capo della banda, Benito Mussolin”.
Alzati che si sta alzando la canzone popolare, penso.

Discutono ancora ad alta voce, poi Capelli bianchi si volta verso di me.
“Chiediamo a lui, qual è il suo parere in merito”.

May day may day ho un'emergenza, Pardo, relax!

“Lui” sono io, ennedierre. Non so nemmeno cosa mi abbiano chiesto, su quale fondamentale principio etico debba dire la mia.

Non ci siamo capiti, Capelli bianchi, io non sono uno da sangue freddo. Io sono uno di quelli che piange, amigo. C'ho le lacrime in tasca, come si dice. È una caratteristica che fa girare le palle a mio padre, che fa finta di nulla ma è fatto così anche lui. Io ci convivo, devo avere una sinapsi particolare che instrada le emozioni forti direttamente nel canale lacrimale.
È già un miracolo che abbia resistito fino a quel momento senza trasformarmi in fontanone, caro il mio Galeazzo. Figurati se riesco a riflettere e darti una risposta!

Resisto ancora, però. No tears. Rispondo buttando lì due o tre parole, la voce incrinata è una specchiera che va in mille pezzi.

Galeazzo e Nilde si fermano. Mi guardano.
Mi vedono per la prima volta nell'ultima mezzora.

Ehi, fermate 'Oggi in Parlamento'... qua davanti c'è un ragazzino di quattordici anni. Non c'è Pajetta non c'è Almirante. Non c'è Fidel Castro. Non c'è Francisco Franco.
Solo un quattordicenne con gli occhi in brodo e la voce segata dai singhiozzi trattenuti.



No suoni pirata nell'impero, no... tutto torna fermo all'anno zero
Un professore tossisce, un altro distoglie lo sguardo. Tutti assieme mi congedano. Dicono che basta così.

Dicono che è andato tutto bene.
Basta.
Così.
Tutto.
Bene.
Sississì.

Sono passati quarantacinque minuti da quando sono entrato nell'aula. Esco e tutti vogliono sapere cos'è successo, perché ci ho messo tanto, cosa possono avermi chiesto e cosa cavolo han
Scappo. Vado in bagno. Metto la testa sotto un rubinetto, esplodo lacrime come pallottole di un mitra. Lei e lui mi seguono. Non sanno cosa dire. Mi abbracciano.
Un abbraccio da fratello, un abbraccio da sorella.


Ora passo e chiudo e ripiglio il volo. Sono il Pau, comandante solo




i diritti sulle immagini sono dei rispettivi autori
colonna sonora: ANNO ZERO - CASINO ROYALE (diritti dei CR)

19.4.12

STORIA DI MARTINO E DEL SUO CALAMARO.

Venerdì 13 aprile, alla Feltrinelli della Stazione Centrale, a Milano, è stato presentato il progetto Tessitori di Sogni (maggiori info QUI), un'importante rete di ricerca editoriale che si occupa di creare, scovare, tessere storie per ragazzi. 
Il sottoscritto ha avuto l'onore di essere uno dei primi Tessitori scovati dall'agenzia Atlantyca Dreamfarm grazie al Workshow di Lucca di tre anni fa, e ha avuto l'onore (bis) di essere presente in un libretto contenente 10 brevissimi racconti (di Mario Pasqualotto, Elena Peduzzi, Davide Morosinotto, Alessandro Gatti, Annamaria Piccione, Carolina Capria & Mariella Martucci, Luca Blengino, Giuseppe Festa e Pierdomenico Baccalario) e regalato ai convenuti, per festeggiare assieme la Giornata Mondiale del Libro (che si terrà il 23 aprile).

Il librino, lo vedete qua sopra, si chiama Dieci Piccole Trame.

Questo qua sotto,invece, è il mio raccontino. Si chiama

STORIA DI MARTINO E DEL SUO CALAMARO.


Martino viveva nella città del mare pulito e voleva un calamaro.

Da quando suo nonno gli aveva regalato Ventimila leghe sotto i mari, avere un calamaro era diventato il suo sogno più grande. Era fermamente convinto che avrebbe potuto difenderlo dai cattivi e dalle maestre di aritmetica, a furia di tentacolate e spruzzi di inchiostro.
— Ma un calamaro non è un gatto o un cane, non si può addomesticare — disse nonno Giustino.
— E perché no? — ribatté Martino.
Il nonno non seppe formulare una risposta convincente, e andò in cucina a farsi una frittata di cipolle.

Il giorno del quattordicesimo compleanno di Martino, il nonno arrivò a casa con una cassetta di polistirolo, il materiale candido intriso di inchiostro nero. Dentro c'era Vonnegut.
— E chi è Vonnegut? — chiese Martino.
— Come chi è? È il tuo nuovo amico. — rispose il nonno.
Martino guardò nella scatola. In un angolo, pulsante come un cuore bianco, lucido e viscido e sporco, un calamaretto lo guardava con quegli occhi, così duri da masticare, spalancati e circospetti. Martino prese quella massa gelatinosa e la accarezzò dolcemente. Vonnegut gli attorcigliò un tentacolo al dito, e Martino sorrise.
— Piacere di conoscerti, Vonnegut — disse, mentre il nonno allestiva un piccolo acquario destinato a diventare la casetta del mollusco.
Vonnegut crebbe forte e coraggioso, reduce dalla guerra del fritto misto, nemico giurato di pastella e piselli in umido. Ogni giorno Martino lo portava in spiaggia per la passeggiatina.
— Guarda quello là, al guinzaglio c'ha una seppia! — dicevano gli altri ragazzi, malvagi adolescenti.
— È un calamaro, ignoranti — rispondeva Martino, prima di venir pestato dai suddetti teppistazzi in miniatura.
Un giorno sì e l'altro pure, vestito di lividi ed ecchimosi, il giovane Martino somigliava sempre più al suo amico Vonnegut, raro caso del padrone che prende le fattezze dell'animale. Vonnegut, dal canto suo, cercava di difenderlo, inchiostrando a destra e a manca, ma al massimo riusciva a rovinare un po' di jeans e qualche sneaker. Ben presto fu chiaro a tutti che non sarebbe cresciuto tanto da ghermire il Nautilus.

Martino continuò a essere preso in giro. A scuola, all'oratorio, a judo e in piscina, tutti sapevano che il suo migliore amico era un calamaro. E risatine, e derisioni, e sfottò a profusione.
Ma a lui non importava. Sorrideva, e passava oltre a schiena dritta. Aveva realizzato il suo sogno, e tanto gli bastava. Voleva bene a Vonnegut, e Vonnegut voleva bene a lui anche se, poveretto, si sentiva terribilmente in colpa. Passava intere notti insonni, nell'acquario, ad angosciarsi per l'amico, a studiare nuovi metodi per poterlo difendere, pianificare innovative strategie anti-bullo.
Ma senza risultato. Sapeva bene che la sua stessa presenza era benzina per le beffe dei prepotenti.

Un giorno, durante la passeggiatina, Vonnegut prese la sua decisione. L'unica che poteva salvare Martino da una vita di dileggio.
Salutò il suo migliore amico, si sfilò dal guinzaglio e si fiondò, veloce e sussultante, verso il mare pulito. Martino lo rincorse, per riprenderlo si tuffò tra i flutti, vestito di tutto punto, ma Vonnegut sparì all'orizzonte con due colpi di tentacolo, gli occhi duri da masticare pieni di lacrime.
Martino non lo vide più e per mesi pianse e si disperò per la perdita del suo migliore amico.
Poi, un giorno, il nonno gli regalò Jurassic Park.

5.10.10

Il mio nome in inglese non significa un cazzo (3 di 3)

Se sei così pigro da non avere voglia di cliccare quassù, ti faccio un riassunto. Eccolo:

Ci sono due tedesche in vacanza. Una delle due è uno stereotipo in carne e ossa.



Mi giro e mi rigiro nel letto. Queste sono le occasioni da cogliere al volo per non passare da coglione, dice il poeta. E poi mica Mario è un tuo VERO amico. Lo conosci appena, mi dico, quindici giorni d'estate e una mail durante l'anno non fanno un'amicizia.

Non riesco a dormire per tutta la notte.

Alle cinque mi alzo, che ormai di prendere sonno non se ne parla. Vado in spiaggia, a vedere l'alba. Divoro in pochi minuti il chilometro che separa la casa dalla sabbia. L'aria è fresca, il cielo scuro sfumato di ciano, il profumo della macchia mediterranea intenso e penetrante e balsamico e bellissimo e un branco di cani randagi mi sbarra la strada.


Ma merda.

Dicono che i cani possano sentire la tua paura. Se ti attaccano, devi evitare di cagarti sotto. Chissà se funziona anche al contrario... se pensi a una barzelletta, il cane la capta e ride? Per sicurezza, guardo i cani, li fisso intensamente e penso alla storiella del pinguino.

Non mi pare che ridano. Non l'avranno capita.

C'è di buono che non mi assalgono, e passo indenne il loro posto di blocco.

Grazie, pinguino.

La spiaggia è un lungo Sahara zampettato dai gabbiani. Mi arrampico su uno scoglio, e aspetto lì che il sole, pigro, esca dal mare, col sottofondo ritmico delle onde che si spaccano sotto di me. C'è un senso di pace, in tutta questa natura che fa niente di speciale, che mi riempie il petto e mi commuove.

In quella, qualcuno mi tocca la spalla.

Helga.

Non le chiedo cosa faccia qui, non le chiedo perché, non le chiedo come. Lei sorride, ha abbandonato quella sua espressione da professionista dell'insofferenza. Mi osserva.

“Tuo nome significa un cazzo.” Sguardo libidinoso da tedesca in vacanza.

Se lo racconto non mi credono.

2.10.10

Il mio nome in inglese non significa un cazzo (2 di 3)

Se te la sei persa, leggiti la PRIMA PARTE.

Se sei così pigro da non avere voglia di cliccare quassù, ti faccio un riassunto. Eccolo:

ci sono due tedesche in vacanza.


“Perché non ci insegnate qualche parola in italiano?”

La notte la passiamo sul bordo della piscina del residence. Ridiamo, parliamo e beviamo un alcolico molto blando, che l'alcolico pesante lo riserviamo al resto dell'anno.

Dio ci perdoni, l'italiano (soprattutto se postadolescente e in alcolico blando) insegna sempre le solite parole alle straniere, cioè le prime due volgarità a sfondo sessuale che gli vengono in mente. Loro chiedono la traduzione. Inga ride, Helga mi incenerisce con lo sguardo. Mi cago addosso, giuro.

Ecco chi mi ricorda, quella sua dolcezza ingombrante. Erwin Rommel. Anzi. Erwin Rommel incazzato.

Ve l'ho detto, mo cago addosso.

“Come vi chiamate di cognome?”

“Io mi chiamo Melis.”

“ It sounds like Malice. Malizia, in english.”

Risate.

“Io Frau. ” È Mario che parla. “Significa Donna in tedesco.”

“Siamo fatti così, noi sardi. I nostri cognomi hanno sempre un significato, in qualche altra lingua.”

Risate. Alcolico blando.

“E tu, cosa vuol dire il tuo cognome?” Inga, insinuante curiosona.

Ci penso su un attimo. Il mio cognome non significa nulla, porcoggiuda, almeno in quelle due lingue che conosco. Mi sento escluso.

“Il mio nome in inglese non significa un cazzo.”

Dico così.

Senza riflettere bene sulla forma della frase. Chissà cos'hanno capito, perché ridono, ridono, e ride anche Helga. Inga stringe le labbra in un sorriso lascivo. Rido anch'io.

Massì, chi se ne frega. Alcolico blando.

Un pomeriggio stiamo giocando a pallavolo nell'acqua bassa. Ogni pallone recuperato prima che tocchi il mare è un'ovazione di gioia, un urlo di trionfo, la risata libera di un gruppo di postadolescenti ancora lontani da affitti da pagare, licenziamenti in tronco, pillole del giorno dopo. In un maldestro tentativo di bagher nella zona coperta da me, Inga si tuffa all'indietro e urta le mie zone delicate con le sue terga. Da parte mia c'è un attimo di imbarazzo, mentre lei insiste nella posizione per un tempo maggiore del necessario. Poi esulta.

Ha salvato il pallone, che non ha toccato l'acqua. Mi guarda. Altro sorriso lubrico.

La notte che precede la loro partenza festeggiamo con una pizza. Attrezziamo il tavolo in una stanza vuota del residence, la tempestiamo di birre e tovagliolini. Gli addetti al ritiro della pizza siamo io e Mario. Quando arriviamo coi cartoni caldi in mano, gli altri hanno già preso posto. A me tocca quello vicino al capotavola, e capotavola c'è Inga. Dividiamo i cartoni con le pizze, io mi appresto a tagliare la mia gamberetti e rucola con un certo appetito. A un tratto, mentre sono lì che spicchio, sento qualcosa che mi tocca il piede. Sobbalzo. Mi giro verso Inga. Stampato sulla faccia ha la versione base dello sguardo equivoco. Mi guarda fisso negli occhi, sorride lasciando intravvedere un pezzetto di lingua.


Mario è dall'altra parte del tavolo, e la sua pseudoragazza mi sta facendo piedino.

Cazzo, penso.

Sono finito dentro lo stereotipo della tedesca troia.

In evidente stato confusionale lascio lì i gamberetti e la rucola, mi tengo lo stomaco.

Non sto bene, dico. Scusatemi, dico. Ci vediamo domattina in spiaggia, dico.

Inga è l'unica che non sembra dispiaciuta. Nemmeno mi guarda. Si è girata verso Mario. Gli avvicina alla bocca un trancio di pizza.

(continua)

29.9.10

Il mio nome in inglese non significa un cazzo (1 di 3)


Un racconto in 3 parti. Ecco la prima.

C'è qualcosa che io, Berlusconi e Flavio Briatore abbiamo in comune.
Tutti e tre facciamo le vacanze in Sardegna. Tralasciamo il fatto che io ci passi anche il resto dell'anno.

Tralasciamo.

Anni fa passavo le vacanze nel sud, coi miei. Mare azzurrissimo, sabbia bianca, folla solo nel fine settimana e a ferragosto. Con me un gruppo di “amici del mare” poco numeroso ma molto unito, rigidamente composto solo da maschi.
Le giornate erano scandite da una programmazione ferrea: spiaggia - megammeddu – spiaggia. La notte la passavamo nei locali di un residence poco lontano da casa, proprietà di un amico.

Nell'estate '99, al nostro scarno gruppetto monosessuale si unisce una coppia di ragazze tedesche. Chiamerò le due fräulein Helga e Inga. Helga ha il padre sardo ma non sa una parola d'italico idioma e per sopravvivere a quei quindici giorni coi suoi genitori si è portata un'amica. Inga, appunto. Entrambe bionde, occhi chiari, carnagione lattea, accento nazistoide. Helga ha l'aria perennemente infastidita di chi, piuttosto che in vacanza coi suoi, preferirebbe essere ancora a Berlino Est. Inga invece amoreggia felice con Mario, uno del nostro gruppo, anche lui figlio di sardi emigrati in tedeschia. Malgrado le difficoltà con la lingua (escluse quelle di Inga e Mario, naturalmente), riusciamo a capirci perfettamente e ricamiamo lunghi discorsi ripieni di nulla.
Da subito noto che a Inga sto particolarmente simpatico. Gli sguardi che mi dedica sono più profondi und maliziosi di quelli che riserva agli altri.

Sempre escluso Mario, eh.

In spiaggia siamo l'invidia porca degli altri scarni gruppetti monosessuali. Le due teutoniche si spalmano crema protezione ottomila prima di stendersi al sole ma si bruciano uguale, mentre noi, già neri come Mboma, continuiamo il nostro infinito mondiale di beach soccer.
Inga approfitta di ogni momento di assenza di Mario per chiedermi di spalmarle l'olio solare, farsi una nuotata con me, finirmi casualmente addosso mentre giochiamo a schiacciasette in acqua.
Approfitta di ogni presenza di Mario per sparire con lui sugli scogli e tornare, dopo mezza mattinata, con un gran sorrisone soddisfatto.
Helga non sembra apprezzare la leggerezza frivola dell'amica.

Lei preferirebbe stare ad Alexanderplatz a immaginare la vita oltre la cortina di ferro.

Si chiacchiera del più e del meno, come succede tutte le estati. Io dico che, prima di tornare a casa, voglio assolutamente vedere il sole sorgere sul mare. Svegliarsi alle 5 d'estate è pura utopia, ma sono determinato.
Helga si desta dal torpore, l'idea la stuzzica. Inga si spalma il Nivea.

(continua)

19.11.09

Cassintegrati come Raikkonen

Una mattina di poco tempo fa, Kimi Raikkonen si è svegliato.

Bella mattinata, ha pensato stiracchiandosi.



Bacio alla bellissima fidanzata addormentata, morso a brioche, cagatina d'ordinanza e giù in garage a scegliere l'auto per andare al lavoro.



Oggi l'utilitaria, si dice Kimi.






Dieci minuti dopo è sull'autostrada a bordo della Lamborghini Gallardo e accende la radio sul Ruggito del coniglio. La trasmissione termina proprio mentre entra a Maranello. Il custode lo saluta, lui idem.



Parcheggia ed entra nel box. Due meccanici stanno facendo una pausa caffè alla macchinetta, lui li saluta e ride alle loro facezie. Poi nota un foglio, incastrato dietro il tergicristalli della sua F2009.



Una lettera.



"Caro Kimi,per fondate motivazioni aziendali di cui a te deve fottere sega, dall'anno prossimo non correrai più con noi.



tuo Domenicali



ps: buona cassa integrazione!"



Terrore.



Sgomento.



Gli occhi cerulei del glaucopide pilota pieni di lacrime.



Si vede già ad Annozero, arrampicato sul tetto dei box, a piangere miseria davanti al legale di turno di Berlusconi e a un giornalista fintocontrito.



Chiama il suo legale, per sapere se può fare qualcosa.



"We Kimi, tranquillo -dice il consulente- è tutto olraìt (è di Carate Brianza, ma vuole darsi arie da internescional): la tua cassaintegrazione è di 17 milioni di euro se non trovi nessuna scuderia, di 10 se la trovi. Salutami la tua bellissima gherlfrénd, cià!"








Torna il sole sul faccino piovoso di Kimi.



Va a casa felice, mette su I wanna Rock'n'roll all night dei Kiss, spistora la Gallardo mentre entra in garage in retromarcia, sale su, si scopa la bellissima fidanzata unaduetrevolte.



Si accende un havana, accende la tele. Accende in maniera diversa, naturalmente.






Annozero.



Un operaio della Equipolymers di Ottana, abbarbicato sul tetto dell'azienda, urla che con la sua CIG non arriva alla fine del mese, che anche la moglie ha perso il lavoro, che non sa come dare da mangiare a sua figlia di due an...



zooot



Che bellissima invenzione il telecomando, pensa Kimi mentre tira un'altra boccata di havana.